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Tecnologia 4 min di lettura1 ora fa

Startup italiane, il vero ostacolo non è il capitale: cosa manca

Gli investimenti crescono e Bending Spoons apre una nuova fase, ma valutazioni, acquisizioni e regole procedono ancora a velocità diverse.

Il problema dell’innovazione italiana non sembra più essere soltanto la disponibilità di capitali. Nei primi sei mesi del 2026 il settore ha raccolto 813 milioni di euro attraverso 145 operazioni, il secondo risultato semestrale migliore di sempre se si escludono i mega round. Ora il nodo è trasformare questa crescita in valore, acquisizioni e quotazioni capaci di alimentare nuovamente l’ecosistema.

A pesare sono soprattutto la distanza tra valutazioni e vendite, la scarsità di grandi compratori italiani e un quadro normativo ancora incompleto. È il quadro emerso dalle analisi di Lucrezia Lucotti, partner di 360 Capital, e Francesco Cerruti, direttore generale di Italian Tech Alliance.

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Le valutazioni corrono più delle exit

Secondo Lucotti, l’aumento degli investimenti iniziali rappresenta un segnale incoraggiante, in particolare nei progetti di tecnologia avanzata. Round più consistenti consentono alle imprese italiane di confrontarsi meglio con concorrenti esteri, che spesso partono con una dotazione finanziaria maggiore non per una presunta superiorità, ma perché operano in mercati più ricchi di capitale.

Il divario principale, però, riguarda le exit, cioè i passaggi che permettono agli investitori di recuperare e valorizzare il capitale attraverso una vendita o una quotazione. In Italia i prezzi attribuiti alle società hanno raggiunto livelli vicini a quelli francesi e statunitensi, talvolta anche superiori, senza che il numero delle operazioni di uscita sia aumentato allo stesso ritmo. «Quello che manca all’Italia sono le exit», ha sintetizzato Lucotti.

La manager individua anche una particolarità del mercato nazionale: non è abbastanza grande per consentire a una startup di crescere restando concentrata sull’Italia, ma non è nemmeno così piccolo da imporre fin dall’inizio una strategia internazionale. Il rischio è sviluppare prodotti adatti soprattutto alla domanda interna e più difficili da vendere all’estero.

Per rendere il sistema più solido non servirebbero soltanto operazioni dal valore miliardario. Anche cessioni nell’ordine delle centinaia di milioni potrebbero creare un circuito virtuoso tra fondatori, investitori e soggetti che finanziano i fondi. In parallelo, le grandi aziende italiane dovrebbero valutare più spesso l’acquisizione di startup come alternativa alla realizzazione interna di nuove soluzioni.


Bending Spoons cambia la percezione

Nel frattempo, la quotazione di Bending Spoons al Nasdaq, con una valutazione di 25 miliardi di dollari, ha offerto all’Italia una vetrina internazionale. Si tratta della più grande offerta pubblica iniziale tecnologica europea degli ultimi anni e di un caso destinato ad accrescere l’ambizione di talenti e investitori.

Lucotti invita tuttavia a distinguere questo percorso da quello delle imprese sostenute dai fondi di capitale di rischio: Bending Spoons non appartiene a quest’ultima categoria. Il suo modello si è fondato sull’acquisizione di società informatiche e sulla gestione successiva, una strategia che ha prodotto una storia di successo ma non coincide con il tragitto tipico di una startup finanziata dal venture capital.

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Per Francesco Cerruti, casi come Bending Spoons e il percorso di Newcleo contribuiscono comunque a modificare l’immagine dell’imprenditoria tecnologica italiana. Le storie di successo mostrano a legislatori e investitori che una società globale può nascere nel Paese e aiutano a superare la vecchia idea della startup come progetto poco strutturato.

La quotazione all’estero evidenzia però anche una debolezza europea. Le Borse del continente sono numerose, ma frammentate e con livelli di liquidità spesso insufficienti per sostenere le aziende nella fase che precede l’ingresso sul mercato. Mancano inoltre fondi capaci di sostenere gli ultimi grandi round prima della quotazione: per questo molte società mature guardano agli Stati Uniti, invece di restare in Europa e conquistare da lì il mercato americano.


Norme ferme, crescita più fragile

I dati raccolti da Dealroom confermano l’espansione: le startup italiane hanno ottenuto 652 milioni di dollari nel semestre, il 29% in più rispetto allo stesso periodo del 2025. Dal 2022 il valore complessivo delle società tecnologiche italiane è passato da 63 a 139,9 miliardi di dollari; software e intelligenza artificiale rappresentano il 25% dei round, mentre le aziende attive nell’IA hanno attirato 204 milioni di dollari.

Tra le operazioni più rilevanti compaiono WeRoad, Lexroom e D-Orbit, a conferma di un panorama non limitato a un solo settore. La crescita, però, si innesta su una base regolatoria ancora incerta: il credito d’imposta del 30% per chi investe in startup e PMI innovative è scaduto a dicembre 2025 e non è stato ancora ripristinato.

Restano aperti anche i passaggi legati alla Legge sulla Concorrenza e al Testo unico sulle startup. Cerruti considera il blocco normativo uno dei punti più deboli del 2026: gli annunci, senza misure operative e risorse stabili, possono aumentare l’incertezza invece di rafforzare il mercato.

Un intervento rapido sarebbe particolarmente importante per attirare fondi previdenziali e compagnie assicurative, ancora poco presenti nel finanziamento dell’innovazione italiana. Secondo Cerruti, la crescita degli operatori e le buone performance recenti indicano un consolidamento, ma non bastano ancora per parlare di piena maturità strutturale.

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