7.000Lettori online ora
Tecnologia 4 min di lettura5 giorni fa

Sanremo e AI, il vero nodo non è riconoscerla: è provarlo

Il regolamento ammette l’uso dell’intelligenza artificiale solo se non rimpiazza il lavoro creativo umano, ma verificare davvero chi ha fatto cosa è tutt’altro che semplice.

Per gli organizzatori del Festival di Sanremo la questione non è soltanto capire se un brano contenga AI: il punto decisivo è dimostrare dove finisce il lavoro umano e dove comincia quello delle macchine. Stefano De Martino dovrà misurarsi con questa soglia, insieme a chi in altri contesti assegna premi come lo Strega o gli Oscar.


Il confine resta difficile da tracciare

Il regolamento per l’edizione 2027 non mette un divieto assoluto all’intelligenza artificiale. La linea scelta è diversa: i sistemi automatici non possono prendere il posto dell’apporto creativo di autori e interpreti, né modificarlo fino a snaturarlo.

Nel testo viene chiarito che software e strumenti digitali non devono entrare nella ideazione, nella scrittura dei testi, nella composizione musicale e nella realizzazione finale se il loro impiego sostituisce o altera quel contributo umano che resta essenziale per le canzoni in gara.


Come si scopre se l’AI c’è davvero

A rendere complicati i controlli c’è il fatto che una canzone non porta etichette visibili. Può nascere interamente in una piattaforma generativa come Suno, ma può anche passare da più fasi intermedie: basi suggerite da un software, arrangiamenti poi reincisi da musicisti, oppure una melodia creata da un algoritmo e successivamente eseguita da persone in studio.

Aurelien Herault, Chief Innovations Officer di Deezer, ha spiegato all’Adnkronos che i sistemi della piattaforma riescono a individuare con grande precisione i brani prodotti del tutto al computer. «Se la canzone è il risultato di un prompt su una piattaforma di AI generativa come Suno, siamo certi al 99,8% di essere in grado di identificarla come AI e persino di stabilire quale versione sia stata utilizzata», ha detto.

Secondo Herault, il software funziona anche quando il brano nasce in forma ibrida. «Se alcune parti di una traccia sono state originariamente create da una persona, ma la versione finale è stata renderizzata attraverso una piattaforma di AI generativa, dovremmo comunque riuscire a determinare che è stata utilizzata l’AI», ha aggiunto.


Le tracce sintetiche lasciano segnali invisibili

Il metodo usato da Deezer passa dalla ricerca di “artefatti”, cioè di piccolissimi difetti audio che l’orecchio non percepisce ma che gli strumenti digitali possono intercettare. Sono indizi legati ai modelli generativi e, proprio per questo, consentono talvolta anche di risalire al sistema specifico impiegato.

Quando però l’AI interviene solo in una parte del processo, le certezze diminuiscono. Se un software costruisce una melodia e poi un musicista la trascrive per un’orchestra, nel file finale può sparire ogni traccia della fase automatica. Lo stesso problema si presenta quando un testo viene generato da ChatGPT e poi interpretato da una voce umana in studio.

Herault ammette che, davanti a una produzione davvero mista, le conclusioni diventano più fragili. Per Deezer questo è ancora un territorio di ricerca e non esistono risposte definitive, proprio mentre per i controlli di Sanremo è il punto più delicato: individuare l’AI a posteriori è una cosa, provare che abbia inciso sull’idea iniziale è molto più arduo.

Chiedi a Readoo3 / 3 oggi

Fai una domanda su questo articolo o sul suo argomento: l'AI risponde in modo pertinente.


Watermark e provenance non bastano da soli

Una possibile strada è quella di inserire una firma nascosta già all’origine del contenuto. È il watermarking: Google DeepMind, ad esempio, ha sviluppato SynthID, che incorpora nell’audio un segnale digitale impercettibile e capace di resistere anche a tagli o modifiche.

Questa soluzione, però, funziona solo se chi sviluppa il software decide di attivarla. Se un programma open source viene alterato per evitare qualsiasi marca identificativa, il sistema perde efficacia. Per questo l’industria guarda anche alla provenance, cioè alla ricostruzione della storia del file attraverso standard come il C2PA, una sorta di carta d’identità digitale che accompagna il brano e registra le modifiche subite.

Per far rispettare la regola del Festival servirà quindi un controllo su più fronti: dichiarazioni degli autori, verifiche sui watermark, analisi forense e, nei casi dubbi, il confronto con demo, stems e materiali di lavorazione. Anche così, però, resta aperto il nodo legale: un algoritmo che segnala una forte probabilità di traccia sintetica può accendere un allarme, ma non equivale automaticamente a una prova sufficiente per escludere un concorrente.


I numeri raccontano un mercato già cambiato

Il fenomeno, intanto, è già molto esteso. Herault dice che nei giorni di picco le consegne giornaliere di brani generati dall’intelligenza artificiale superano il 50% su Deezer, e questo volume finisce per distribuirsi anche sulle altre piattaforme di streaming.

Ma l’abbondanza di upload non si traduce in un successo di pubblico. Le canzoni completamente sintetiche pesano tra l’1% e il 3% degli stream complessivi; di questi ascolti, circa l’85% è considerato fraudolento perché prodotto da bot. Solo lo 0,5% arriva da utenti reali che ascoltano volontariamente brani artificiali.

Per limitare gli abusi, Deezer ha cominciato a segnalare questi contenuti e a rimuoverli sia dalle playlist algoritmiche sia da quelle editoriali. Per Herault, tuttavia, la diffusione dell’AI non cancellerà gli artisti: crescerà probabilmente il suo uso dentro il processo creativo, ma la musica interamente generata dalle macchine difficilmente conquisterà una quota rilevante del mercato.

Il motivo, secondo lui, è semplice: il pubblico continuerà a cercare un legame con chi firma le canzoni e a volerli vedere anche dal vivo. Un concerto richiede persone reali sul palco, altrimenti non avrebbe il valore del biglietto.

Ti è piaciuto? Condividilo

Continua a leggere