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Tecnologia 2 min di lettura59 min fa

OpenAI, la cimice nella stanza dei vertici porta a un arresto

Un ex dipendente saudita è accusato di aver installato un dispositivo per registrare e trasferire conversazioni riservate: l’indagine dell’FBI è ancora in corso.

Una registrazione attivata dalle voci, una trasmissione dei dati progettata per aggirare i controlli e un collegamento nascosto a un televisore. Sono gli elementi emersi intorno al dispositivo trovato in uno degli uffici riservati ai dirigenti di OpenAI, vicenda che ha portato all’arresto di Abdulrahman Alfozan, cittadino saudita, il 9 ottobre.

L’azienda ha licenziato l’uomo e ha segnalato il caso all’FBI. L’arresto è arrivato circa una settimana dopo la scoperta della presunta attività di sorveglianza; gli investigatori statunitensi stanno ancora ricostruendo origine, funzionamento e possibile destinazione delle informazioni raccolte.

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Una cimice progettata per non farsi notare

Secondo OpenAI, l’apparecchio aveva caratteristiche avanzate. Poteva iniziare a registrare automaticamente quando individuava voci e disponeva di un sistema di cifratura, oltre a un meccanismo per inviare i dati concepito in modo da eludere verifiche e misure di sicurezza.

Le informazioni tecniche disponibili restano comunque limitate. Una delle ipotesi finora riferite è che il dispositivo fosse stato collegato alla porta USB di uno dei televisori presenti nella sala, ma non è stato chiarito quanto materiale sia riuscito a registrare o trasferire.


OpenAI esclude il furto dei dati più sensibili

La società ha spiegato di aver utilizzato anche i propri modelli per analizzare l’apparecchio e risalire alla sua provenienza. L’esame avrebbe consentito di collegare l’installazione a un dipendente specifico, che secondo la ricostruzione interna lo avrebbe collocato pochi giorni prima del ritrovamento.

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In una dichiarazione, OpenAI ha riferito: «Al momento non abbiamo indicazioni che questa persona abbia avuto accesso improprio o sottratto parametri dei modelli, codice sorgente o dati dei clienti». L’azienda ha inoltre ringraziato agenti e procuratori per la rapidità dell’intervento, precisando che continuerà a collaborare con l’FBI.


L’indagine federale non è conclusa

Il caso rimane aperto e non sono stati resi noti ulteriori dettagli sulle accuse formalizzate contro Alfozan. Restano da chiarire il contenuto delle eventuali registrazioni, la durata dell’operazione e l’eventuale presenza di altre persone coinvolte.

OpenAI ha definito la protezione della tecnologia, delle informazioni e del personale una questione di rilievo nazionale. La società ha aggiunto che il proprio sistema di sicurezza è pensato per affrontare minacce diverse, dai rischi interni ai criminali informatici fino alle attività riconducibili a Stati, sottolineando come l’intelligenza artificiale possa essere impiegata anche per individuare operazioni di questo tipo.

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