L’IA non è automatica: chi lavora nell’ombra per addestrarla
Angela Chukunzira racconta la filiera umana dietro i sistemi di IA, tra turni massacranti, contratti precari e nuove forme di organizzazione sindacale.
Dietro una risposta generata da ChatGPT non c’è soltanto un programma capace di elaborare dati. Prima che un sistema riconosca un’immagine, eviti contenuti violenti o distingua un testo accettabile da uno dannoso, migliaia di persone hanno classificato materiali, corretto risultati, valutato risposte e moderato contenuti estremi. Un lavoro spesso invisibile, concentrato soprattutto nei paesi del Sud globale.
Turni estremi per addestrare le macchine
Angela Chukunzira, ricercatrice e attivista keniana per la giustizia sociale, studia proprio questa filiera. A Nairobi, presso Siasa Place, guida il progetto Ecosistema tecnologico etico per i diritti umani ed è borsista Mozilla. Il suo impegno riguarda l’intelligenza artificiale, i diritti dei lavoratori e le forme di organizzazione collettiva, anche attraverso l’Africa Tech Workers Movement.
Secondo le testimonianze raccolte da Chukunzira, le mansioni possono comprendere l’etichettatura di fotografie, la valutazione di testi, la registrazione di immagini personali o il controllo di risposte prodotte dai sistemi. I lavoratori, spesso assunti per periodi limitati, non sempre sanno quale modello stiano contribuendo a sviluppare. Gli incarichi possono durare tre o sei mesi, mentre i turni vengono organizzati anche in funzione dei fusi orari e delle esigenze dei clienti occidentali: in alcuni casi si lavora dalle 19 alle 3, arrivando fino a 18 ore al giorno.
«La rappresentazione secondo cui tutto avverrebbe automaticamente è del tutto intenzionale», ha spiegato Chukunzira. La frammentazione dei progetti può inoltre impedire agli addetti di conoscere l’esistenza dei colleghi impegnati in altre fasi della stessa catena. Il risultato è un’attività opaca, precaria e difficilmente riconducibile a un unico datore di lavoro.
Dal reddito extra alla precarietà totale
Il micro-lavoro digitale non è nato con l’intelligenza artificiale generativa. In Kenya alcuni lavoratori fanno risalire la sua diffusione al 2013, quando le attività da remoto erano considerate soprattutto un modo per ottenere un guadagno supplementare accanto a un impiego principale. Nel giro di circa dieci anni, però, quel modello è cambiato.
L’aumento della disoccupazione e la crescita della popolazione giovane hanno trasformato molti incarichi occasionali in occupazioni a tempo pieno, ma scarsamente retribuite. Tra gli esempi più noti c’è il database ImageNet, sviluppato da Fei-Fei Li anche grazie agli addetti di Amazon Mechanical Turk. L’espansione dell’IA generativa ha fatto crescere sia la quantità di lavoro richiesto sia la sua continuità, rendendo sempre più difficile considerarlo un’attività secondaria.
La concentrazione di questi incarichi in Africa, Asia e America Latina dipende da diversi elementi: il costo del lavoro, la disoccupazione giovanile, la debolezza delle tutele e rapporti economici segnati dalla storia coloniale. Per Chukunzira, le rivoluzioni industriali hanno spesso utilizzato le risorse della maggioranza della popolazione globale e anche l’attuale trasformazione tecnologica riproporrebbe lo stesso schema.
Dal Kenya la risposta dei lavoratori
Il caso più noto è emerso nel 2023, quando un’inchiesta della rivista TIME ha raccontato il lavoro svolto in Kenya attraverso la società di esternalizzazione Sama per rendere i sistemi di OpenAI meno inclini a produrre contenuti tossici. Gli addetti dovevano esaminare descrizioni di violenze, abusi sessuali, autolesionismo e altri materiali estremi; secondo documenti e testimonianze, alcuni ricevevano meno di due dollari l’ora. OpenAI ha sostenuto di non avere imposto obiettivi di produttività e di avere predisposto un adeguato sostegno psicologico, mentre Sama ha contestato alcuni passaggi delle testimonianze.
Nello stesso anno, oltre 150 persone che avevano lavorato all’addestramento o alla moderazione di sistemi destinati anche a Meta, TikTok e OpenAI si sono incontrate a Nairobi per creare un’organizzazione sindacale. Nel giugno 2026 l’Organizzazione internazionale del lavoro ha poi approvato la Convenzione n. 193 sul lavoro dignitoso nell’economia delle piattaforme, il primo standard internazionale dedicato in modo specifico a questo settore. Il documento affronta libertà di associazione, contrattazione collettiva, salute, sicurezza, compensi e responsabilità lungo le catene di intermediazione, ma resta un insieme di principi da applicare in contesti dove le tutele sono ancora fragili.
Chukunzira sarà tra gli ospiti della ventesima edizione di Internazionale a Ferrara, in programma dal 2 al 4 ottobre. Venerdì 2 ottobre, alle 18.30 al Cinema Apollo, parlerà dei lavoratori invisibili dell’IA con la giornalista investigativa svedese Julia Lindblom e l’esperta honduregna di intelligenza artificiale Jennifer Paz, in un incontro condotto da Francesca Sibani di Internazionale.
Per l’attivista, il problema non riguarda soltanto i salari o la durata dei contratti. Le sue denunce collegano il lavoro digitale anche all’impatto ambientale dei sistemi tecnologici: in alcune aree dell’America Latina, ha ricordato, l’acqua viene destinata ai centri dati invece che alle comunità. «Questa è la logica coloniale», ha affermato, sostenendo che il benessere delle persone e quello del pianeta non possono essere subordinati ai profitti.
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