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Tecnologia 1 min di lettura2 giorni fa

Laser britannici contro gli occhi dei satelliti: la svolta silenziosa

Londra avrebbe testato da terra una tecnologia capace di accecare temporaneamente i sensori orbitali senza colpire né distruggere i satelliti.

La raccolta di immagini dallo spazio potrebbe essere ostacolata senza ricorrere ad attacchi distruttivi. Da circa un anno, secondo fonti della difesa britannica, il Regno Unito impiegherebbe sistemi laser terrestri per interferire con i sensori ottici di satelliti utilizzati da Paesi avversari.


Un disturbo mirato dall’orbita

Il principio sarebbe relativamente diretto: indirizzare il fascio luminoso verso il sensore nel momento in cui il satellite sorvola la zona da osservare. L’intensità del laser potrebbe saturare temporaneamente il dispositivo, impedendogli di ottenere immagini sfruttabili durante quel passaggio.

L’obiettivo, quindi, non sarebbe mettere fuori uso il veicolo spaziale in modo permanente. L’interferenza avrebbe una durata limitata e potrebbe rendere inutilizzabili soltanto i dati acquisiti mentre il sensore è esposto al fascio.


Difesa senza detriti nello spazio

Questa soluzione si distinguerebbe da un’azione cinetica contro un satellite. Non prevedendo la distruzione dell’apparato in orbita, il sistema eviterebbe la produzione di detriti, uno dei principali rischi associati agli attacchi contro infrastrutture spaziali.

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La tecnologia potrebbe risultare utile per proteggere installazioni militari, spostamenti di reparti e altre attività considerate sensibili. Un satellite, infatti, può osservare una base o un’area operativa senza dover entrare nello spazio aereo del Paese interessato, rendendo più difficile impedire la sorveglianza.


Londra mantiene il riserbo

Il Ministero della Difesa britannico non ha confermato pubblicamente l’impiego dei laser descritto dalle fonti. Non sono stati resi noti neppure i satelliti eventualmente interessati dalle operazioni.

Il tema assume particolare rilievo nel quadro delle tensioni europee con la Russia. Per ora, tuttavia, restano riservati sia l’eventuale frequenza degli interventi sia le aree nelle quali i sistemi sarebbero stati utilizzati.

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