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Tecnologia 4 min di lettura4 ore fa

IA, l’Italia può guadagnare l’8% di PIL: la partita si gioca nelle PMI

Fabien Curto Millet, capo economista di Google, analizza il ritardo italiano nell’adozione dell’intelligenza artificiale e i rischi della transizione per lavoratori e imprese.

L’intelligenza artificiale potrebbe aumentare dell’8% il PIL italiano nell’arco di dieci anni, ma il risultato non è affatto automatico. Per raggiungerlo sarà necessario coinvolgere anche le piccole e medie imprese, colmare i divari territoriali e accompagnare i lavoratori nell’acquisizione di nuove competenze.

Fabien Curto Millet, capo economista di Google e coautore dello studio Atlas, descrive un’Italia presente tra i Paesi più attivi nell’uso dell’IA, ma ancora lontana dalle posizioni di vertice tra le economie avanzate. La sua analisi parte da quasi 15 milioni di interazioni con strumenti come Gemini e AI Mode e mostra che la tecnologia, almeno per ora, non sta sostituendo in modo generalizzato il lavoro umano.

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La crescita passa dalle piccole imprese

Secondo Curto Millet, il nostro Paese si colloca nel 20% delle nazioni con il maggiore utilizzo dell’IA conversazionale. Il quadro cambia quando il confronto viene limitato all’area dell’OCSE: l’Italia si trova intorno all’undicesimo posto, mentre considerando le economie occidentali sviluppate scivola circa al diciassettesimo.

Il dato riflette la struttura dell’economia nazionale, nella quale le piccole e medie imprese hanno un peso particolarmente elevato. Proprio queste realtà incontrano più difficoltà nell’investire in tecnologie il cui ritorno può non essere immediato. Tuttavia, osserva l’economista, l’Italia è la quarta potenza mondiale per esportazioni e, per difendere questa posizione, dovrà integrare l’intelligenza artificiale nei processi produttivi.

L’adozione non riguarda soltanto la capacità di innovare, ma anche la competitività internazionale. L’idea che l’artigianalità, la moda o l’ospitalità possano proteggere le imprese dall’impatto dell’IA rischia di diventare un alibi: il valore dell’empatia e della manualità può restare centrale, mentre la tecnologia può occuparsi della gestione interna, della promozione e della ricerca di clienti stranieri.

Per sostenere le aziende più piccole, Curto Millet indica nelle politiche pubbliche uno strumento decisivo. Tra le misure possibili cita incentivi mirati, come i crediti d’imposta destinati alla formazione dei dipendenti. Senza una diffusione ampia, il potenziale stimato per l’economia italiana resterà infatti limitato a una parte del sistema produttivo.


Un divario che rischia di ampliarsi

Le grandi aziende dispongono di capitali e personale per sperimentare rapidamente, mentre le PMI devono spesso dimostrare in tempi brevi la convenienza di ogni investimento. Per questo la distanza tra i due gruppi potrebbe consolidarsi. Curto Millet ricorda che anche l’introduzione del cloud aveva evidenziato una minore propensione delle imprese più piccole, nonostante proprio queste ultime possano ottenere vantaggi rilevanti da strumenti capaci di ridurre le differenze con i concorrenti maggiori.

La diffusione dell’IA, inoltre, procede in modo diseguale tra comparti, generazioni e territori. Richiamando una formula usata da Sundar Pichai, l’economista spiega: «Avremo un’intelligenza artificiale irregolare prima di arrivare a un’intelligenza artificiale generale». La priorità dei prossimi anni sarà quindi rendere più uniforme l’accesso ai benefici della tecnologia.

Curto Millet considera il rischio sociale della fase di passaggio più serio di quanto venga talvolta riconosciuto negli ambienti tecnologici. La questione non consiste soltanto nel creare nuovi strumenti, ma nel preparare le persone a utilizzarli e nel ridurre gli squilibri tra chi potrà adattarsi rapidamente e chi resterà escluso.

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L’IA arriva anche nei lavori manuali

La ricerca Atlas ridimensiona anche l’idea secondo cui l’intelligenza artificiale sarebbe soprattutto una questione da ufficio. Negli Stati Uniti la tecnologia compare in oltre il 68% delle professioni, che insieme rappresentano più dell’88% degli occupati. Nella professione mediana in cui viene utilizzata, però, l’IA interviene soltanto nel 21% delle attività.

Nei lavori cognitivi più complessi, i tentativi di affidarle un compito completo dall’inizio alla fine restano inferiori al 10% delle conversazioni analizzate. Il modello prevalente è dunque quello dell’assistenza: la tecnologia contribuisce all’attività delle persone senza sostituirla integralmente.

Questa dinamica interessa anche chi lavora fuori dagli uffici. In Italia, operai e tecnici producono il 7% delle interazioni lavorative con l’IA. Tra gli esempi indicati ci sono l’elettricista che consulta uno schema difficile e il meccanico che cerca indicazioni per una riparazione.

Le richieste dei lavoratori manuali ricorrono inoltre a immagini e video con una frequenza doppia rispetto a quella osservata negli altri gruppi. Per Curto Millet, l’uso multimodale è destinato a estendersi: l’accesso alla conoscenza e alla capacità di analisi, un tempo più costoso, può diventare utile in qualunque settore.

Un esempio arriva dall’agricoltura nei Paesi in via di sviluppo. In un progetto presentato da Ruth Porat durante incontri della Banca Mondiale, gli agricoltori possono porre domande in linguaggio naturale su cosa coltivare, sulle condizioni meteorologiche o sul possibile prezzo del raccolto. L’IA porta così informazioni specialistiche anche a chi non ha ricevuto una formazione scolastica tradizionale.


La produttività non si vede ancora

L’aumento dell’utilizzo non coincide necessariamente con un effetto immediato sulle statistiche economiche. Le imprese possono introdurre l’IA in singole attività senza che il cambiamento emerga subito nei dati complessivi sulla produttività.

Per questo, secondo l’economista, sarà necessario attendere prima di misurare in modo pienamente visibile i benefici macroeconomici. La trasformazione dipenderà dalla capacità di estendere l’adozione all’intera economia e, soprattutto, di riqualificare le persone mentre gli strumenti diventano parte ordinaria del lavoro.

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