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Tecnologia 3 min di lettura2 ore fa

IA e lavoro nel 2050: la settimana d’ufficio è destinata a sparire

Roberto Paura spiega come tecnologia, automazione e crisi globali potrebbero trasformare la vita quotidiana entro la metà del secolo.

La trasformazione più profonda dei prossimi decenni potrebbe riguardare il lavoro: l’intelligenza artificiale aumenterà la produttività, ma rischia di ridurre il numero degli impieghi tradizionali. Secondo Roberto Paura, presidente dell’Italian Institute for the Future, entro il 2050 molte attività oggi considerate normali saranno affidate a sistemi automatici e la settimana lavorativa standard potrebbe non essere più il modello dominante.

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Il lavoro oltre la settimana standard

Paura descrive un futuro in cui gli agenti di intelligenza artificiale non si limiteranno a fornire risposte, ma eseguiranno incarichi, coordineranno servizi e prenderanno decisioni operative per conto degli utenti. Per arrivare a questo scenario serviranno però investimenti in infrastrutture, energia, capacità di calcolo e modelli economici capaci di rendere davvero vantaggiosa l’adozione dell’IA.

Il cambiamento, secondo il ricercatore, produrrà una tensione tra occupazione e produttività. Proteggere i lavoratori potrebbe rallentare i guadagni di efficienza, mentre assecondare completamente l’automazione rischierebbe di mettere sotto pressione gli attuali sistemi di welfare. Non si tratterà necessariamente di smettere di lavorare, ma il modello delle otto ore quotidiane trascorse in ufficio per cinque giorni alla settimana potrebbe gradualmente scomparire nel corso del secolo.


Nel 2050 la tecnologia sarà invisibile

Per immaginare la metà del secolo, Paura invita a guardare al passato: chi viveva nel 2000 avrebbe considerato sorprendenti gli smartphone, la diffusione di Internet e l’intelligenza artificiale oggi disponibile. Noi, invece, tendiamo a percepire queste innovazioni come normali, anche se hanno reso più semplici l’accesso alle informazioni, l’acquisto di viaggi e l’utilizzo di numerosi servizi.

La stessa dinamica potrebbe ripetersi nei prossimi venticinque anni. Agenti digitali capaci di dialogare tra loro, strumenti creati senza conoscere il codice informatico, comunicazioni internazionali senza barriere linguistiche e automobili autonome potrebbero entrare nella routine senza apparire più straordinari. La vita sarà forse più agevole sul piano tecnico, ma le persone continueranno probabilmente a riempire il tempo con nuove attività e a considerare complicata la propria quotidianità.

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Il futuro non si indovina

L’Italian Institute for the Future, fondato nel 2013, studia queste trasformazioni attraverso l’analisi dei grandi processi di lungo periodo. Paura, che dirige anche la rivista Futuri, è arrivato a occuparsi di questi temi dopo il lavoro alla Città della Scienza di Napoli e l’esperienza nella manifestazione Futuro Remoto, affiancando alla divulgazione scientifica una formazione in fisica e un dottorato dedicato alla comunicazione della scienza.

L’obiettivo non è formulare profezie, ma individuare possibili sviluppi e valutarne le conseguenze su settori e territori. Si parte quindi dalla struttura del presente, osservando tendenze, fragilità e possibili rotture. Il principio, ripreso da Bertrand de Jouvenel, è che «la futurologia è l’arte della congettura».


Tra progresso e rischio di rottura

La tecnologia procede oggi molto più rapidamente dei sistemi politici, sociali, culturali ed economici, che cambiano con cicli assai più lunghi. Questa differenza potrebbe però interrompersi in presenza di eventi estremi: le guerre mondiali, ricorda Paura, hanno modificato in tempi brevi assetti che normalmente si sarebbero evoluti nell’arco di decenni o secoli.

Il sistema globale conserva una notevole capacità di resistenza, ma oltre una certa soglia di pressione può spezzarsi. Paura considera possibile che il mondo si avvicini a un passaggio di questo tipo e auspica che non si traduca in un conflitto. Anche il dibattito su ciò che resterà propriamente umano dovrà quindi tenere conto non soltanto delle capacità crescenti delle macchine, ma delle discontinuità che possono cambiare il quadro generale.

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