Ferrari Luce, il dettaglio che accende la supercar elettrica
A Torino Jony Ive ha svelato il percorso creativo dietro la prima Ferrari elettrica: libri, silenzio, fiducia e una chiave capace di trasferire la luce alla vettura.
La nuova Ferrari elettrica non affida soltanto alla potenza o alla tecnologia il momento dell’accensione. In Luce, anche una chiave gialla con superficie in vetro diventa parte dell’esperienza: quando viene inserita, il colore sembra passare alla vettura e sostituisce, almeno in parte, il rito sonoro e fisico del motore tradizionale.
L’idea è stata raccontata da Jony Ive durante Wave by Vento, la conferenza tecnologica ospitata alle OGR di Torino. Sul palco, insieme a John Elkann, il designer ha ripercorso i cinque anni di lavoro che hanno portato alla prima supercar elettrica di Ferrari e ha spiegato il metodo seguito dal suo studio LoveFrom.
La chiave prende il posto del rombo
Elkann ha mostrato al pubblico l’oggetto, caratterizzato dalla presenza del vetro e da una tecnologia basata su E-Ink. Ive ha collegato questa soluzione alla necessità di conservare un momento coinvolgente anche in un’auto priva del rumore del propulsore termico.
«Quando giri la chiave, il motore prende vita. Lo senti, fisicamente e con le orecchie», ha ricordato Ive parlando delle Ferrari che possiede. Su Luce, invece, il giallo della chiave si attenua nel momento in cui questa entra nell’automobile, mentre la luce viene ripresa dalla vettura: un passaggio pensato come un piccolo evento teatrale prima della partenza.
Il designer ha spiegato che, una volta iniziata la marcia, l’intensità dell’esperienza di guida riduce il peso dell’assenza del suono meccanico. Il problema si presenta soprattutto nei secondi precedenti, quando chi guida è ancora fermo e può percepire ogni dettaglio dell’abitacolo.
Prima degli schizzi arrivarono i libri
Il progetto Ferrari nacque con un approccio lontano dalla consuetudine. LoveFrom si presentò ai primi incontri senza immagini della vettura: il gruppo portò invece volumi che raccoglievano ciò che aveva imparato sulla storia, sull’identità e sul modo di lavorare della casa di Maranello.
Lo studio dedicò quasi un anno all’analisi di Ferrari. Ive aveva già posseduto due automobili del marchio, una più datata e una più recente, ma considerava questa esperienza personale soltanto un punto di partenza. La ricerca doveva essere verificata e condivisa con il team dell’azienda.
«Gli errori più grandi, e spesso anche i più facili da commettere, nascono quando si lavora sul problema sbagliato», ha detto Ive a Torino. Per lui, definire correttamente la questione da affrontare e stabilirne i confini è una fase decisiva, precedente a qualsiasi disegno.
Anche per questo i quaderni del designer iniziano con molte parole. Un disegno può restituire la forma di un bicchiere, ma non chiarisce da solo la temperatura dell’acqua, la stabilità dell’oggetto, il suo equilibrio o la sensazione del materiale al tatto. La scrittura serve quindi a raccogliere caratteristiche che gli schizzi, almeno all’inizio, non riescono a esprimere.
Un’intesa costruita nel silenzio
Ive ed Elkann si erano conosciuti a Milano nel 2015, nel periodo del lancio di Apple Watch. Da quell’incontro era nata un’amicizia che avrebbe portato, diversi anni più tardi, alla collaborazione su una Ferrari elettrica.
L’idea di una vettura alimentata a batteria aveva iniziato a prendere forma nel luglio del 2016. Durante una passeggiata con Jeff Bezos, il fondatore di Amazon aveva suggerito a Elkann di considerare con attenzione la possibilità di applicare l’innovazione elettrica al marchio di Maranello.
Le conversazioni operative tra Elkann e Ive si intensificarono durante il periodo della pandemia, poco dopo la conclusione dell’esperienza del designer in Apple, avvenuta nel 2019. Elkann gli chiese indicazioni su come affrontare il tema in Ferrari; il confronto si trasformò gradualmente nella decisione di sviluppare il progetto insieme.
Ive ha descritto l’avvio come un dialogo senza una soluzione già stabilita e senza un programma rigido. La sintonia personale ebbe un ruolo importante: con il passare degli anni, ha spiegato, è diventato per lui più interessante scegliere le persone con cui collaborare che concentrarsi esclusivamente sull’oggetto da realizzare.
Il tempo per pensare conta
Nel rapporto con Elkann, Ive ha apprezzato anche la disponibilità a non riempire ogni pausa. A suo giudizio, nella Silicon Valley si tende spesso a considerare utile parlare continuamente, mentre il presidente di Ferrari gli è apparso disposto a lasciare spazio alla riflessione.
«Trovo strano che parliamo così poco della disciplina e del processo con cui pensiamo», ha osservato sul palco di Wave. La progettazione, nella sua visione, non coincide con la sola produzione di forme: comprende anche il tempo necessario per capire quale domanda porre e quali aspetti dell’esperienza rendere concreti.
Da qui nasce una continuità tra oggetti molto diversi, dal bicchiere d’acqua alla chiave di Luce. In entrambi i casi, il punto di partenza non è soltanto l’aspetto visivo, ma il rapporto fisico tra una persona e ciò che sta usando: il peso, il contatto, il suono, la luce e il momento preciso in cui un prodotto entra nella vita quotidiana.
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