Dai laboratori al mercato: perché l’Europa perde slancio sui brevetti
Gli spin-off italiani restano quasi tutti nelle prime fasi di sviluppo, mentre gli uffici di trasferimento tecnologico scontano forti differenze di risorse e capacità operative.
Quasi nove imprese italiane nate dalla ricerca su dieci non hanno ancora superato la fase iniziale di crescita. È uno dei dati che emergono dall’analisi europea sul trasferimento tecnologico, che esamina il percorso delle invenzioni tra università, brevetti, investimenti e applicazioni industriali.
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Gli spin-off italiani restano fragili
Il repertorio Deep Tech Finder dell’Ufficio europeo dei brevetti censisce 289 spin-off accademici italiani che hanno presentato almeno una richiesta di brevetto europeo. Il dato vale il sesto posto nella graduatoria continentale. Queste società nascono per trasformare risultati scientifici sviluppati negli atenei o nei laboratori in prodotti e servizi commerciali.
La fotografia della loro maturità, tuttavia, resta concentrata nelle fasi iniziali: l’89,6% si trova ancora nel periodo successivo alla verifica tecnica e impegnato nella realizzazione di soluzioni da portare sul mercato. Solo 19 aziende sono entrate nella fase di espansione, quella legata a nuove risorse finanziarie, assunzioni e presenza in mercati più estesi. Nessuna rientra nella categoria della crescita avanzata, riservata alle realtà sostenute da capitali consistenti e già fortemente internazionalizzate. Il 3,8% è stato invece rilevato da imprese di dimensioni maggiori.
Pochi uffici concentrano più risorse
La ricerca, pubblicata il 22 ottobre dall’Epo insieme ad ASTP e Fraunhofer ISI, ha preso in esame 809 uffici di trasferimento tecnologico europei. Il 90,5% appartiene alla fascia piccola o media. Queste strutture aiutano ricercatori e università a proteggere le scoperte, trovare interlocutori industriali e individuare finanziatori.
La distanza dagli uffici più grandi nasce soprattutto dalla dotazione iniziale. Questi ultimi, che rappresentano il 9,5% del campione, dispongono in media di sei volte più addetti, ricevono quasi sedici volte più segnalazioni di invenzioni e operano in enti la cui spesa per la ricerca è 23 volte superiore. Una volta presa in carico un’invenzione, invece, le strutture minori ottengono risultati comparabili nel tentativo di arrivare a un brevetto, a una licenza o alla creazione di una società.
La maggiore capacità degli uffici grandi di gestire molte pratiche dipende dalla presenza di specialisti, metodi già rodati e collegamenti con il sistema produttivo. Per il rapporto, la priorità consiste quindi nel rendere disponibili strumenti analoghi anche agli enti meno finanziati, rafforzando la formazione, i collegamenti con investitori e la collaborazione internazionale tra atenei, centri di ricerca e aziende.
La ricerca pubblica pesa sempre più
Nel frattempo la ricerca pubblica europea ha aumentato il proprio contributo all’attività brevettuale. Le richieste europee che coinvolgono università, istituti pubblici e ospedali di ricerca sono salite da circa 3.200 nel 2006 a quasi 8.000 nel 2025. Germania, Francia e Regno Unito rappresentano oggi circa il 55% del totale, contro quasi il 64% dell’inizio del periodo; l’avanzata riguarda anche Italia, Paesi Bassi e Spagna.
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Il ruolo degli enti pubblici è particolarmente visibile nei comparti considerati strategici. Nel 2025 figuravano tra gli autori delle domande di origine europea nel 34% dei casi relativi alle biotecnologie, nel 29% delle tecnologie quantistiche e nel 26% della farmaceutica.
Le università europee presentano direttamente circa il 9% dei brevetti continentali, una quota vicina a quella degli atenei statunitensi. La capacità di conservarne i diritti nel tempo è però diversa: il 40,7% dei titoli detenuti direttamente dagli atenei europei arriva a scadenza entro dieci anni, contro il 26,3% negli Stati Uniti. Il dato richiama il peso dei costi di mantenimento, delle scelte sulla protezione e delle possibilità di sfruttamento economico.
Cnr in testa tra gli enti italiani
I dati consultabili attraverso Data Desk, la piattaforma dell’Epo dedicata al confronto tra istituzioni e tecnologie, collocano il Consiglio nazionale delle ricerche al primo posto in Italia con 34 richieste di brevetto europeo. Seguono il Politecnico di Milano con 29, l’Istituto italiano di tecnologia con 21, il Politecnico di Torino con 20 e l’Università degli Studi di Milano con 17. Si tratta di depositi, non di brevetti già concessi.
Le aree di attività cambiano da un ente all’altro. Il Cnr è particolarmente presente nei semiconduttori, nelle soluzioni ambientali e nell’ottica; il Politecnico di Milano nelle tecnologie mediche, nei sistemi di controllo e nelle biotecnologie. L’Istituto italiano di tecnologia concentra le proprie richieste soprattutto su applicazioni mediche, farmaci e chimica dei materiali, mentre il Politecnico di Torino mostra una maggiore specializzazione in macchine elettriche, energia e strumenti di misura. L’Università degli Studi di Milano si distingue infine nelle biotecnologie e nella chimica dei polimeri.
Una precedente rilevazione del 2024 aveva già indicato l’Italia al quarto posto in Europa per invenzioni provenienti dalle università, con Politecnico di Milano e Università degli Studi di Milano in evidenza nel quadro milanese. L’analisi più recente allarga ora il campo agli enti pubblici e alle strutture che accompagnano la ricerca verso l’impresa.
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