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Totti, il Milan sfiorato e quel rimpianto: «Ronaldo, che coppia

Nella seconda parte dell’intervista per i suoi 50 anni, l’ex capitano della Roma ripercorre Mondiale, compagni, allenatori e il possibile futuro nel club.

Il Milan di Sacchi e dei tre olandesi lo aveva conquistato da ragazzo, tanto da diventare l’alternativa immaginata nel caso di un addio alla Roma. Francesco Totti lo ha raccontato nella seconda parte del colloquio con Ivan Zazzaroni per il Corriere dello Sport, una conversazione dedicata ai passaggi più delicati della sua carriera e ai rimpianti rimasti dopo 25 anni con un’unica maglia.


Il Milan come unica alternativa

Totti ha spiegato che, se fosse stato costretto a lasciare la Roma, avrebbe scelto il Milan. Da bambino seguiva con entusiasmo la squadra costruita da Arrigo Sacchi, ammirata per il gioco e per i successi ottenuti con i tre olandesi. Quella formazione, ha ricordato, lo aveva colpito più di ogni altra.

Il rimpianto sportivo più grande, però, riguarda un compagno mai avuto: Ronaldo il Fenomeno. L’ex numero 10 romanista ha immaginato una coppia offensiva nella quale lui avrebbe agito alle spalle del brasiliano, sostenendo che insieme avrebbero potuto segnare una quantità enorme di reti: «Con me dietro avrebbe fatto 4, 500 gol». Cassano resta il compagno con cui si è trovato meglio in campo, mentre Maradona viene collocato su un piano irraggiungibile rispetto a tutti gli altri.


Il peso del Mondiale 2006

Nel bilancio della sua carriera, Totti assegna un’importanza decisiva alla spedizione in Germania. Secondo lui, senza la sua presenza l’Italia non avrebbe conquistato il titolo mondiale, anche se ammette di essere arrivato alla competizione in condizioni fisiche tutt’altro che ideali, tra il 40 e il 50 per cento della forma.

Lo scudetto, le due Coppe Italia, le due Supercoppe italiane e la Scarpa d’oro non sarebbero bastati, a suo giudizio, a cancellare l’etichetta di campione rimasto confinato alla dimensione romana. La vittoria del 2006 ha invece cambiato la percezione del suo percorso, perché un Mondiale, osserva, non è un traguardo alla portata di tutti.


Una carriera vissuta senza filtri

Parlando del periodo compreso tra il 2001 e il 2008, Totti ha definito se stesso un giocatore «imbarazzante», confermando la valutazione con un sorriso. Ha ricordato anche il paragone frequente con Roberto Mancini, sottolineando però che il suo rendimento realizzativo era stato diverso e che, prima dell’arrivo di Luciano Spalletti e dello spostamento al centro dell’attacco, attribuiva grande valore soprattutto agli assist.

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Tra i compagni, oltre a Cassano, ha citato Vincent Candela. Con il francese aveva costruito un rapporto particolare fin dal suo arrivo dal Guingamp: appena sbarcato a Roma, Candela conosceva poco la città e parlava soltanto la sua lingua. Totti ha raccontato di averlo aiutato a inserirsi, ma ha chiarito che il giudizio su un calciatore deve arrivare dal campo, non dai discorsi pronunciati nello spogliatoio prima delle partite.


Roma, addio e numero 10

La popolarità dell’ex capitano, secondo il suo racconto, è cresciuta persino dopo il ritiro. Il motivo sarebbe il legame totale con la Roma e con la città, costruito attraverso una sola maglia e un rapporto diretto con i tifosi. Per questo, dopo la fine della carriera, non si considera una figura consegnata al passato, ma ancora pienamente presente nell’immaginario romanista.

Sul mancato ritorno nella società durante la gestione americana, Totti ha parlato di un rapporto interrotto da entrambe le parti. Aveva lasciato l’incarico da dirigente con un contratto triennale e ha ribadito di non voler restare soltanto per occupare una posizione priva di funzioni reali. La sua posizione sulla maglia numero 10 è altrettanto netta: non dovrebbe essere assegnata dopo poche prestazioni positive, ma soltanto al termine di un percorso capace di legare a lungo un giocatore alla Roma. La scelta finale, comunque, spetta al club.


Mazzone, Zeman e la ferita Spalletti

Totti ha indicato Carlo Mazzone e Zdenek Zeman come gli allenatori che lo hanno compreso meglio. Ha chiarito anche il proprio peso all’interno della Roma: era il capitano e un calciatore centrale per la società, ma non partecipava a una sorta di organo decisionale interno. Quanto a Carlos Bianchi, la scelta di allontanarlo venne presa dal presidente Franco Sensi, non da lui.

Il rapporto con Spalletti resta invece segnato dall’amarezza, anche se l’incontro più recente tra i due gli ha fatto piacere. Totti ha riconosciuto di avere commesso errori, soprattutto nel modo in cui aveva risposto ad alcune domande. Ha poi ricordato l’episodio di Bergamo, quando entrò per pochi minuti e segnò: nella gara successiva giocò ancora meno, ma trovò di nuovo la rete. Quei gol ravvicinati, ha detto, gli sono sembrati il segno di una protezione speciale arrivata nel momento più difficile.

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