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Sport 2 min di lettura3 ore fa

Totti, il Covid e quel rifiuto: «Voglio morire a casa mia»

Nell’autobiografia Oltre l’ex capitano della Roma ricostruisce la paura vissuta nell’autunno 2020, tra una polmonite bilaterale e una cura a distanza.

Una posizione sul letto, suggerita al telefono da Alberto Zangrillo, contribuì a far migliorare le condizioni di Francesco Totti durante il Covid. Dopo giorni segnati dalla febbre e dalla difficoltà a respirare, l’ex capitano della Roma vide la saturazione risalire fino al 99% e racconta quell’episodio nella sua autobiografia Oltre, presentata al Teatro Brancaccio.

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La paura dopo la morte del padre

Totti si ammalò nell’autunno del 2020, pochi giorni dopo la scomparsa del padre. La malattia lo costrinse a letto: le terapie provate in casa, tra farmaci e iniezioni, non sembravano produrre risultati e il timore di non farcela diventò sempre più concreto.

Rivolgendosi ai figli, in uno dei momenti più difficili, disse: «Non so se ce la farò, credetemi, non so quanto resisterò ancora». Il ricordo della perdita del padre alimentava la paura, tanto che Totti temeva di vivere lo stesso epilogo.


Il rifiuto del ricovero a Roma

Quando venne accompagnato al Campus Bio-Medico di Roma, gli accertamenti evidenziarono una polmonite bilaterale. La saturazione dell’ossigeno era scesa all’88% e i medici ritennero necessario il ricovero immediato, ma l’ex calciatore decise di firmare le dimissioni.

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La sua scelta fu legata soprattutto al timore di non rivedere i figli. «Non voglio fare la fine di mio padre. Se devo morì, voglio morì a casa mia, non rinchiuso qui dentro senza rivedere i miei figli», racconta nell’autobiografia. Tornato nella propria abitazione, trascorse notti molto complicate, con la febbre e la respirazione in difficoltà.


La cura a distanza di Zangrillo

In quei giorni Pier Silvio Berlusconi lo contattò attraverso Silvia Toffanin, amica di Ilary Blasi, e gli mise a disposizione un aereo privato per raggiungere Milano. L’obiettivo era affidarlo alle cure di Alberto Zangrillo, primario del San Raffaele, ma Totti rifiutò anche questa possibilità: non voleva lasciare Roma per essere ricoverato altrove.

Fu allora Zangrillo a seguirlo da lontano. Dopo avergli chiesto come dormisse, il medico gli suggerì di mettersi a pancia in giù, con il torace appoggiato al materasso e le braccia aperte, come alternativa estrema prima dell’ospedale. La posizione ebbe effetto: il respiro migliorò, la febbre diminuì e l’ossigenazione tornò al 99%. «Mi sono sentito rinascere. Zangrillo non ne ha sbagliata una», scrive Totti.

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