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Sport 2 min di lettura1 ott

Menez, il retroscena Milan: «Montella chiese di mandarmi via

L’ex attaccante francese ripercorre l’esperienza rossonera, l’infortunio alla schiena e gli episodi dell’adolescenza che contribuirono a formare il suo carattere

Jeremy Menez attribuisce soprattutto a se stesso la fine dell’avventura al Milan. L’ex attaccante francese riconosce di aver avuto un temperamento difficile da gestire e racconta come uno scontro con Vincenzo Montella, durante il ritiro estivo, abbia inciso sulla sua partenza.


Il carattere cambiò il suo destino

La rottura arrivò durante la preparazione negli Stati Uniti. Dopo essere rimasto in panchina in un’amichevole contro il Liverpool, Menez affrontò l’allenamento successivo con un atteggiamento poco coinvolto. Il confronto con Montella si accese rapidamente e, al termine della seduta, l’allenatore contattò Adriano Galliani chiedendo che il giocatore fosse ceduto.

A distanza di anni, Menez non nasconde le proprie responsabilità: «Ero una testa calda, è stata colpa mia». Ammette che la rabbia e l’istinto abbiano spesso condizionato il suo rendimento, nonostante le qualità tecniche. Secondo il francese, avrebbe potuto ottenere risultati molto più importanti se avesse imparato prima a controllare le proprie reazioni.


La schiena fermò la seconda stagione

Il rapporto con il Milan era iniziato in modo molto positivo. Dopo tre anni al Paris Saint-Germain, Menez cercava una nuova esperienza e fu convinto dal progetto rossonero anche grazie all’intervento di Zlatan Ibrahimovic e Thiago Silva, che parlarono di lui a Galliani. L’amministratore delegato lo raggiunse poi a Ibiza, dove il calciatore si trovava in vacanza.

La prima annata fu straordinaria, con 16 gol e 4 assist. Nel campionato successivo, invece, un problema alla schiena cambiò tutto: durante uno scatto in salita avvertì un dolore molto intenso, legato a una zona già operata ai tempi del Paris Saint-Germain. Le difficoltà nel camminare lo costrinsero a un nuovo intervento.

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Rientrato, Menez continuava però a soffrire. Ad agosto i medici gli prescrissero una terapia farmacologica e quattro mesi di riposo a casa; inizialmente riusciva a muoversi soltanto zoppicando. Il ritorno in campo avvenne quindi a gennaio, dopo una lunga pausa che compromise la sua continuità.


Dalla periferia nasce la ribellione

Menez collega il proprio comportamento all’ambiente in cui è cresciuto. Nella periferia di Parigi viveva con la madre e frequentava una compagnia nella quale, racconta, era necessario imporsi e attirare l’attenzione. In quel contesto maturarono atteggiamenti che in seguito lo accompagnarono anche nella carriera.

Tra gli episodi ricordati c’è quello di una consegna a domicilio: dopo aver ordinato una pizza, il giovane Menez sottrasse il motorino al fattorino. Al Paris Saint-Germain, invece, collezionò numerose ammonizioni per le proteste e le reazioni durante le partite.

A 24 anni, spiega, non aveva ancora sviluppato la mentalità del professionista. Si sentiva ancora un ragazzo, mal sopportava quelle che considerava ingiustizie e finiva per perdere il controllo. Un limite caratteriale che, secondo la sua stessa ricostruzione, ridusse il valore di una carriera che avrebbe potuto essere ancora più importante.

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