Maradona, Luque e i 12 anni chiesti: «È il capro espiatorio»
Nel processo sulla morte di Diego Armando Maradona, la difesa del neurochirurgo respinge le accuse e attribuisce il decesso a un evento cardiaco imprevedibile.
Leopoldo Luque resta al centro del procedimento per la morte di Diego Armando Maradona, avvenuta nel novembre 2020. Mentre la pubblica accusa ha sollecitato per lui una pena di 12 anni, i suoi legali hanno contestato il ruolo attribuitogli nell’assistenza al campione e lo hanno presentato come il bersaglio principale dell’intera vicenda giudiziaria.
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La difesa respinge il ruolo centrale
Roberto Rallin, uno degli avvocati di Luque, ha sostenuto che il neurochirurgo sarebbe stato individuato dall’accusa come responsabile simbolico del caso. «Per l’accusa, Leopoldo Luque è stato il capro espiatorio in questa vicenda», ha affermato il legale, riassumendo così la posizione della difesa.
Secondo Francisco Oneto, altro difensore dell’imputato, la morte di Maradona non sarebbe stata la conseguenza di una condotta prevedibile o evitabile attribuibile al medico. La tesi sostenuta in aula riconduce invece il decesso a un episodio cardiaco «acuto e imprevedibile».
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I 12 anni richiesti dall’accusa
La richiesta di condanna riguarda Luque, oggi indicato nel procedimento come neurochirurgo di 45 anni. Al momento dei fatti, il medico era il professionista di riferimento di Maradona e occupava una posizione decisionale nell’équipe incaricata di seguirlo durante la permanenza nella sua abitazione.
Proprio il ruolo assunto da Luque nell’assistenza domiciliare del 2020 rappresenta uno degli elementi centrali del processo. La procura ha chiesto per lui 12 anni di reclusione, mentre la difesa insiste sull’ipotesi che l’arresto cardiaco sia avvenuto in modo improvviso e non prevedibile. Il confronto tra queste due ricostruzioni costituisce il punto principale del procedimento sulla morte della leggenda del calcio.
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