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Sport 4 min di lettura4 giorni fa

Italia, il problema non è solo il Belgio: perché i tifosi si sono stancati

La sconfitta dell’Olimpico riapre una crisi che coinvolge squadra, Federazione, club e rapporto con il pubblico.

Il segnale più pesante non arriva soltanto dal 2-0 subito contro il Belgio, ma dagli spalti dell’Olimpico: fischi, posti vuoti e tifosi che hanno iniziato a lasciare lo stadio già dopo il raddoppio. La Nazionale sembra aver perso il rapporto con il proprio pubblico, e la sconfitta nella prima giornata di Nations League rende ancora più evidente una frattura che va oltre il campo.


L’Olimpico ha già dato il suo verdetto

A Roma erano presenti 47.155 spettatori, su una capienza di circa settantamila posti. I biglietti costavano venti euro, con agevolazioni per famiglie, giovani e studenti, oltre a numerosi ingressi gratuiti e di servizio. Eppure l’atmosfera è stata subito negativa: i primi fischi sono arrivati prima della metà del primo tempo, poi sono aumentati all’intervallo e al termine della gara.

Il dato della partita si inserisce in un quadro ancora più ampio. Un’indagine Ipsos Doxa pubblicata alla vigilia dell’incontro rileva che soltanto un italiano su cinque collega oggi la Nazionale a emozioni come fiducia, entusiasmo o partecipazione. Solo il 17% esprime un giudizio positivo sul calcio italiano nel suo complesso, mentre quasi la metà degli intervistati considera poco trasparente il modo in cui viene gestito.

Il confronto con altri Paesi rende il distacco ancora più evidente. In Inghilterra il 61% dei tifosi abbonati a una squadra di club considera la nazionale la propria seconda squadra; nei Paesi Bassi la quota arriva al 64%. In Spagna, invece, il seguito delle Furie Rosse ha raggiunto livelli record dopo il Mondiale. La Roja ha visto crescere anche il proprio valore commerciale: uno spot di punta durante le sue partite prima del torneo in Qatar arrivava a costare 345mila euro e la federazione spagnola ha raccolto 80 milioni di euro di ricavi pubblicitari legati alla selezione, con una possibile crescita fino a 150 milioni annui dal 2027.


Sul campo una squadra senza identità

Il Belgio ha vinto 2-0 all’Olimpico, con il gol di Godts al 20’ e quello di Lukebakio nella ripresa. Donnarumma ha evitato che il passivo fosse ancora più largo, mentre l’Italia ha offerto un primo tempo povero di idee, poco aggressivo e incapace di mantenere il possesso per più di pochi passaggi consecutivi.

La formazione di Mark van Bommel, al debutto da commissario tecnico, è sembrata più sicura nelle scelte. Gli azzurri, al contrario, hanno giocato con prudenza e apprensione. Entrambe le reti sono nate da palloni persi: la prima a centrocampo, la seconda durante una ripartenza. Più che due episodi isolati, sono apparsi come la conseguenza di una squadra ancora priva di riferimenti comuni.

Nella ripresa si è vista una reazione, seppure limitata. L’Italia ha creato qualche occasione, fermata da un portiere belga efficace, ma il secondo gol ha spento definitivamente la partita. La novecentesima gara della storia azzurra si è così chiusa con una sconfitta contro un avversario che non batteva l’Italia dal 2015.


Mancini non è l’unico responsabile

Attribuire tutto al commissario tecnico dopo una sola partita sarebbe semplice, ma il contesto invita alla cautela. Bastoni era squalificato, mentre Dimarco, Palestra, Cristante e Zaniolo erano indisponibili per infortunio. In campo sono scesi diversi esordienti o giocatori con appena una presenza da titolare, all’interno di un gruppo di 34 convocati che comprendeva nove elementi alla prima chiamata.

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Mancini ha rivendicato la prestazione, sostenendo: “La prestazione non è stata al di sotto delle aspettative”. Sui fischi dell’Olimpico ha aggiunto: “Quando si perde nessuno è contento e quindi i fischi ci stanno”. Parole pronunciate con tranquillità, ma percepite come lontane dalla reazione del pubblico, che ha visto una gara diversa da quella descritta dal tecnico.

Le difficoltà, infatti, partono anche dalla Serie A, dove i giovani italiani trovano poco spazio e spesso arrivano tardi a una piena maturazione. Lo stesso Mancini ha indicato questo problema come uno dei nodi da affrontare. La crisi della Nazionale, quindi, non può essere separata dal funzionamento quotidiano del calcio italiano.


Una Federazione ancora nel caos

Negli ultimi mesi la Federcalcio ha attraversato una lunga sequenza di passaggi incerti. Dopo Zenica, a giugno Giovanni Malagò è stato eletto presidente federale; a luglio sono arrivati Paolo Maldini come direttore tecnico e Leonardo con il ruolo di advisor. Il tentativo di coinvolgere Guardiola non è andato a buon fine, mentre l’ipotesi Andrea Pirlo è saltata per una sponsorizzazione con un’agenzia di scommesse russa.

Maldini e Leonardo hanno lasciato gli incarichi dopo diciassette giorni. In seguito sono stati scelti Mancini per la panchina e Claudio Ranieri come direttore tecnico, due figure note del passato chiamate a chiudere rapidamente una fase diventata sempre più imbarazzante.

Anche la posizione della Federazione è rimasta esposta. Malagò, al momento della candidatura, non risultava tesserato e l’ipotesi di un commissariamento è rimasta sullo sfondo. Poche ore prima della gara si è riunito il Consiglio federale, mentre in tribuna sedevano il presidente federale, il ministro dello Sport e il presidente del Coni. Fuori dal campo si discuteva di tessere, mentre dentro l’Italia affondava: un’immagine difficile da conciliare con la richiesta di fiducia rivolta ai tifosi.

Il valore della Nazionale dipende anche da quello del movimento che la sostiene. In Qatar la rosa della Spagna valeva 870 milioni di euro; oggi ha superato 1 miliardo e 200mila euro. Per questo il problema riguarda anche proprietà e dirigenti dei club di Serie A: il deterioramento della selezione incide sull’intero campionato, sulla sua immagine e sulla passione del pubblico.

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