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Sport 1 min di lettura41 min fa

Caso Pasqua, i giudici chiudono la porta al contratto da dipendente

La Corte d’Appello di Roma respinge l’impugnazione dell’ex arbitro e conferma che il vincolo con FIGC e AIA non configura un rapporto subordinato.

Per Fabrizio Pasqua non cambia l’esito della causa contro FIGC e AIA: anche il secondo grado ha escluso che l’attività svolta come arbitro di Serie A possa essere qualificata come lavoro dipendente. La decisione conferma quindi quanto stabilito in precedenza dal Tribunale di Roma.

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La richiesta dell’ex arbitro resta respinta

L’ex direttore di gara aveva avviato l’azione giudiziaria nel 2023, sostenendo l’esistenza di un rapporto di lavoro subordinato con la Federazione e con l’Associazione Italiana Arbitri. La Sezione Lavoro della Corte d’Appello di Roma ha però respinto il suo ricorso.

Il provvedimento, articolato in 13 pagine, mantiene così intatta la pronuncia di primo grado. Per i giudici, il ruolo ricoperto da Pasqua rientra nel rapporto associativo che lega gli arbitri a FIGC e AIA, senza trasformarsi in un ordinario contratto di lavoro.

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Il vincolo associativo è decisivo

La Corte ha collegato l’attività arbitrale agli scopi istituzionali perseguiti dalle organizzazioni sportive. In questa prospettiva, le prestazioni dei direttori di gara sono considerate espressione del vincolo associativo e non una mansione svolta alle dipendenze degli enti.

La sentenza precisa il criterio utilizzato per distinguere le due situazioni: «il vincolo associativo avente un determinato oggetto può essere ricondotto ad un rapporto di collaborazione subordinata fra i medesimi soggetti solo qualora l'attività svolta esuli dal contenuto dell'oggetto sociale e non coincida con il conseguimento dei fini istituzionali dell'associazione». Nel caso esaminato, secondo la Corte, questa condizione non si è verificata.

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