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Sport 4 min di lettura5 giorni fa

Bjelanov, dal quartiere duro di Odessa alla guerra in Ucraina

La storia del Pallone d’Oro più contestato ripercorre una vita fatta di scatti, successi, cadute e ritorni a Odessa, dove oggi difende la sua città.

Ihor Bjelanov è tornato a impugnare le armi nella città in cui è cresciuto. A oltre sessant’anni, l’ex Pallone d’Oro ha scelto di unirsi alla Difesa Territoriale quando la guerra ha colpito di nuovo Odessa nel 2022, portando con sé anche il trofeo conquistato nel 1986.

La sua vicenda, però, non comincia con la gloria ma con la fuga. Per tutta la vita ha cercato di correre più in fretta della povertà, della criminalità di Moldavanka e delle ferite lasciate da un destino spesso spietato. È questa traiettoria, prima ancora dei trofei, a spiegare il senso del suo racconto.


Dalla Moldavanka ai campi da gioco

Bjelanov è nato 66 anni fa e ha mosso i primi passi nel quartiere di Moldavanka, a Odessa, zona dura e segnata dalla delinquenza. Suo padre Ivan lavorava nell’edilizia e amava il calcio, mentre la madre faceva la casalinga. Da ragazzo, Ihor coltivava due abitudini: giocare e scappare, soprattutto dai pericoli della strada.

La svolta negativa arrivò con la morte del padre in un incidente stradale. In quel momento, racconta di essersi ritrovato senza soldi e costretto a diventare adulto quasi all’improvviso. Si iscrisse a una scuola professionale, trovò impiego come montatore e consegnò tutto il salario alla madre.

Anche mentre lavorava non smise di correre dietro a un pallone. In una partita tra fabbriche venne notato da un osservatore del Chornomorets, che lo portò via dalla catena di montaggio. Poco dopo, durante il servizio militare, gli ufficiali sovietici misurarono la sua velocità nei 100 metri e capirono che poteva fare altro oltre al calcio. Gli proposero l’atletica, ma lui rifiutò: correre gli piaceva soltanto se aveva il pallone tra i piedi.


Il 1986 e il premio più contestato

Il salto decisivo arrivò nel 1985, quando Valeriy Lobanovskyi si accorse del suo scatto bruciante e lo inserì nel sistema della Dynamo Kyiv. Nel club, costruito come un laboratorio di precisione, Bjelanov venne considerato un talento particolare: non il più raffinato, ma uno dei più esplosivi. Il suo motore, in campo, faceva la differenza.

L’anno successivo fu quello della consacrazione. Con la Dynamo conquistò la Coppa delle Coppe e ai Mondiali in Messico firmò la partita più celebre della sua carriera: contro il Belgio, negli ottavi, segnò tre gol in una gara poi persa 4-3 dall’URSS. Quel torneo gli aprì le porte del Pallone d’Oro, assegnato da France Football a dicembre. Superò Gary Lineker ed Emilio Butragueño, ma il riconoscimento fu accolto con discussioni immediate perché in molti ritenevano che il compagno Aleksandr Zavarov fosse il più talentuoso della squadra e perché l’Unione Sovietica era uscita agli ottavi.

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Il premio, peraltro, ebbe un sapore molto lontano dallo sfarzo: in patria non portò ricchezze, ma solo un trofeo di ottone e la possibilità di acquistare, con i propri risparmi, una Lada Volga azzurra. Da lì in poi, il suo nome sarebbe rimasto legato a uno dei Palloni d’Oro più contestati di sempre.


Il rigore che cambiò tutto

Due anni più tardi, a Monaco di Baviera, Bjelanov si trovò davanti alla scena che avrebbe potuto cambiare la finale dell’Europeo 1988. L’URSS inseguiva la Olanda di Van Basten e Gullit, sotto di due reti, quando l’arbitro concesse un rigore ai sovietici. Sul dischetto andò proprio lui, considerato infallibile dal punto di vista dagli undici metri.

La sua conclusione, però, fu respinta da Van Breukelen. Il portiere rimase fermo al centro e bloccò il tiro con i piedi, spegnendo le speranze della squadra sovietica. In quello spogliatoio, Lobanovskyi lo raggiunse e gli rivolse una frase rimasta nella memoria dell’ex attaccante: “Tranquillo Bjelanov. Anche i computer ogni tanto sbagliano“.


L’Occidente, l’alcol e il ritorno a Odessa

Con la Perestrojka e la fine della Cortina di Ferro, nel 1989 arrivò il trasferimento al Borussia Mönchengladbach. Fu uno dei primi sovietici a provarci in Bundesliga, ma l’esperienza si rivelò complicata. Una parte dello stipendio gli veniva trattenuta da Mosca, la pressione dei media tedeschi cresceva e l’adattamento risultò difficile.

Per reagire a quel peso, Bjelanov cercò rifugio nell’alcol. La dipendenza, insieme al passare degli anni, ne appannò la brillantezza e ridusse quella rapidità che lo aveva reso celebre. A peggiorare la situazione arrivò anche un episodio di cronaca nera: un presunto furto in un grande magazzino di Düsseldorf, nel quale furono coinvolti la moglie e alcuni amici arrivati dall’URSS. Dopo lo scandalo, il club rescisse il contratto e la carriera proseguì a livelli più bassi, con l’Eintracht Braunschweig in Seconda Divisione.

Poi, nel 2022, la sua storia ha preso un’altra piega. Quando la guerra ha devastato l’Ucraina e Odessa è tornata sotto minaccia, Bjelanov non ha lasciato la città. Si è arruolato nella Difesa Territoriale, ha indossato la mimetica e ha portato il proprio Pallone d’Oro tra soldati feriti e giovani reclute, come simbolo di orgoglio e di resistenza. La corsa iniziata nella Moldavanka, alla fine, è tornata lì dove tutto era cominciato.

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