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Spettacolo 3 min di lettura1 ora fa

La telecamera di Taricone torna in Mustang: il viaggio di Sophie

Kasia Smutniak racconta un documentario nato dai filmati privati e dal percorso della figlia, tra memoria familiare, cambiamenti sociali e una scuola da salvare

Una vecchia videocamera ha permesso a Kasia Smutniak di unire il passato condiviso con Pietro Taricone al futuro della loro figlia Sophie. L’oggetto, usato dall’attore durante i viaggi della coppia, è diventato il filo conduttore di “Mustang”, documentario presentato in concorso alla Festa di Roma e atteso nelle sale il 23 novembre.

La macchina da presa è oggi nelle mani di Sophie, che l’ha portata con sé durante il primo viaggio compiuto da sola nel Mustang, regione montuosa del Nepal. Per Smutniak, anche regista dell’opera, quel passaggio ha trasformato una raccolta di immagini private in una storia costruita su tre generazioni: quella vissuta con Taricone, quella della figlia e quella di una comunità alle prese con cambiamenti profondi.

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Sophie trova la chiave del racconto

Il legame con il Mustang era nato nel 2003, quando Smutniak e Taricone avevano visitato insieme quella terra. L’attore, scomparso nel 2010 a 35 anni, aveva scelto la destinazione quasi per intuizione. “È tornato a casa dicendo che sarebbe figo andare, non ricordo perché”, ha ricordato l’attrice.

Da allora Smutniak è tornata più volte nella regione e ha contribuito alla realizzazione di una scuola, mantenendo l’impegno preso durante quel primo viaggio. Il progetto cinematografico ha iniziato a prendere forma nel 2018, ma la regista ha impiegato anni per capire quale prospettiva adottare: inizialmente pensava ai bambini dell’istituto e alle trasformazioni del territorio, poi Sophie è diventata il centro naturale del racconto.

La svolta è arrivata quando la ragazza ha chiesto della videocamera appartenuta al padre. “Dov’è la telecamera di papà?”, le ha domandato, spingendo la madre a riconoscere in quell’oggetto il collegamento tra le immagini del passato e il nuovo viaggio della figlia.


Un villaggio sospeso tra passato e futuro

Nel documentario, i filmati della coppia mostrano entusiasmo, complicità, amicizie e paesaggi del passato. Quelle sequenze vengono accostate alla realtà odierna del Mustang, dove l’arrivo della strada, dell’elettricità e della rete ha accelerato la trasformazione della vita quotidiana.

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A preoccupare Smutniak è soprattutto il progressivo svuotamento della scuola. Gli abitanti si trasferiscono altrove, le tradizioni rischiano di indebolirsi e l’istituto potrebbe chiudere. La regista ha spiegato di aver avvertito l’urgenza di raccontare quel momento, collegandolo a interrogativi più ampi sul senso dell’esistenza e sulla capacità di affrontare le perdite.

La comunità conserva però una dimensione di speranza. I bambini iniziano la giornata molto presto, tra preghiere, canti, pasti e gesti rituali. Per Smutniak, quella routine rappresenta un modo semplice e concreto di stare insieme e di trasmettere serenità anche oltre i confini del villaggio.


Il montaggio diventa una seconda scrittura

Raccontare la propria relazione con Taricone attraverso immagini personali è stato, per la regista, il passaggio più delicato. Ha dovuto osservare se stessa mantenendo una distanza quasi impossibile, mentre il materiale accumulato negli anni imponeva di ricostruire la vicenda senza poter controllare gli eventi come accade in un film di finzione.

Per quasi un anno Smutniak ha lavorato con Marella Bombini e la montatrice Ilaria Fraioli in una stanza di montaggio. Il film, prodotto da Fandango con Luce Cinecittà, è nato da quel confronto emotivo e professionale. La regista lo considera un’opera dal punto di vista profondamente femminile, non soltanto per la presenza delle protagoniste ma anche per il modo in cui la storia viene composta.

Il viaggio, secondo Smutniak, non si chiude con la conclusione del documentario. Il significato dell’esperienza cambierà quando il film incontrerà gli spettatori e la vicenda privata diventerà anche parte della loro esperienza. Nel rapporto con Sophie resta infine il desiderio di trasmettere libertà, coraggio e la possibilità di seguire la propria strada senza rinunciare a se stessi.

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