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Spettacolo 4 min di lettura14 min fa

Il presente è già fantascienza: Pawlikowski spiega il suo Fatherland

Il regista polacco porta al cinema il viaggio di Thomas Mann nella Germania del 1949 e riflette su esilio, identità europea e immagini in bianco e nero.

Per Pawel Pawlikowski il presente è diventato così difficile da rappresentare da sembrare già fantascienza. È da questa convinzione che il regista polacco guarda al passato e costruisce Fatherland, film ambientato nel 1949 e centrato sul viaggio di Thomas Mann nella Germania ancora segnata dalla guerra, insieme alla figlia Erika. Dopo i passaggi a Cannes e alla Festa del Cinema di Roma, l’opera arriva nelle sale con Hanns Zischler e Sandra Hüller nei ruoli principali.

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Il passato come lente sul presente

Pawlikowski, premiato con l’Oscar per Ida e riconosciuto a Cannes per la regia di Cold War, torna a lavorare sui temi dell’esilio, delle identità spezzate e dei Paesi divisi. La vicenda storica diventa così il punto di partenza per parlare anche dell’Europa contemporanea, delle sue inquietudini e della difficoltà di orientarsi in una realtà dominata da conflitti e semplificazioni.

Il regista ha spiegato di non trovare oggi una forma cinematografica capace di restituire direttamente ciò che accade. «Quello che succede oggi è già fantascienza», ha detto parlando del film. Per questo preferisce attraversare un’epoca segnata dalla distruzione, dalle ideologie e dalle utopie fallite: un mondo che conosce personalmente, essendo cresciuto nella Polonia del dopoguerra e del blocco orientale.

Secondo Pawlikowski, la società attuale vive una condizione di agitazione permanente, alimentata dal mondo digitale e dagli algoritmi. Anche quando nella vita quotidiana accade poco, le persone sono spinte a schierarsi, convinte di avere ragione e di trovarsi davanti soltanto avversari. L’arte, al contrario, dovrebbe restituire complessità e dimensione umana, senza ridurre tutto a una formula politica o ideologica.


Una patria che nasce dal cinema

Il rapporto del regista con l’Italia è cominciato durante l’infanzia. Il padre amava la lingua italiana e cercava di impararla insieme al figlio; in casa arrivavano anche le canzoni di Adriano Celentano e Mina. Da giovane Pawlikowski ha poi vissuto per un anno a Torino, dove era arrivato per motivi personali e anche per allontanarsi da una tesi di dottorato che non desiderava concludere.

Al cinema italiano si è avvicinato attraverso il neorealismo, le diverse stagioni dell’opera di Federico Fellini e i film di Ermanno Olmi. Tra gli autori contemporanei apprezza in particolare Alice Rohrwacher, con la quale ha anche un rapporto di amicizia. L’italiano, ha spiegato, gli è sempre piaciuto e proprio l’affetto per una lingua può renderne più rapido l’apprendimento.

Oggi il regista vive a Varsavia, nella stessa strada della sua infanzia, ma non riconosce più del tutto la Polonia di allora. Le persone che incontra nei locali, assorbite dai telefoni, affrontano problemi simili a quelli di chi vive a Roma o a New York. La patria resta quindi soprattutto una dimensione interiore, mentre il cinema gli permette di costruire temporaneamente un luogo d’appartenenza insieme alle persone con cui lavora.


Thomas Mann diventa un personaggio

La storia reale è stata profondamente rielaborata. Il viaggio di Thomas Mann durò diverse settimane e comprendeva anche la moglie, un autista e una guida; nel film, invece, l’azione viene concentrata in cinque giorni e ridotta alla relazione tra lo scrittore e Erika. Il figlio assente assume un peso importante nella vicenda, pur non essendo presente fisicamente.

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Pawlikowski ha scelto di non ricreare in modo filologico le figure storiche. Gli interpreti non dovevano imitare Thomas Mann ed Erika, ma trasformarli in personaggi autonomi, capaci di vivere secondo le regole della finzione. Il regista ha ammesso di aver esitato davanti alla responsabilità di reinventare persone tanto note, ma dopo aver compiuto quella scelta ha deciso di seguirla fino in fondo.

Il risultato è un racconto raccolto, costruito attorno a due figure immerse in uno scenario storico più ampio. Al centro rimane il legame familiare, attraversato da tensioni, assenze e contraddizioni. Anche il rapporto tra intellettuale e potere viene affrontato senza presentare Mann come una vittima: il Nobel e la sua autorevolezza gli garantivano una notevole autonomia, anche se il soggiorno negli Stati Uniti aveva compromesso la possibilità di restarvi.


Il bianco e nero non è nostalgia

Fatherland è stato girato in digitale, ma Pawlikowski ha lavorato con grande attenzione su illuminazione, costumi e ambienti. La componente analogica rimane per lui essenziale, anche perché sviluppare oggi una pellicola in bianco e nero è più complicato: i laboratori disponibili sono pochi e il controllo sul procedimento è ridotto. Se avesse scelto il colore, avrebbe invece preferito girare su pellicola.

La preparazione, secondo il regista, deve garantire una precisa direzione dell’immagine senza soffocare ciò che accade davanti alla macchina da presa. La vitalità deve restare negli attori e nei dettagli dello sfondo, così che lo spettatore senta il desiderio di entrare nello spazio rappresentato.

Il film ha incontrato un pubblico non vastissimo, ma particolarmente importante per il suo autore. Pawlikowski ha osservato il paradosso di dover promuovere un’opera quieta e non spettacolare attraverso le stesse dinamiche rumorose che il film sembra mettere in discussione. Da qui, a suo giudizio, nasce una contraddizione difficile da evitare.


Due nuove storie ancora da scegliere

Il regista ha già due sceneggiature, ma non ha ancora deciso quale diventerà il prossimo film. Ogni lavorazione, ha spiegato, modifica chi la porta avanti e cambia insieme al mondo che la circonda. Per questo considera ogni opera come una fase della propria vita, legata a ciò che in quel preciso momento sente il bisogno di raccontare.

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