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Spettacolo 4 min di lettura2 ore fa

Il passato non muore: Bechis torna nell’Argentina dei desaparecidos

Con una storia di colpa, memoria e ferite mai rimarginate, Marco Bechis riapre l’abisso della dittatura argentina attraverso il destino di un uomo sopravvissuto solo in apparenza.

Mariano è un medico che continua a vivere, ma sembra aver lasciato una parte di sé dentro il luogo in cui fu torturato per oltre due anni. Il suo ritorno a Buenos Aires riporta alla luce una violenza che il tempo non ha cancellato e che riaffiora nei corpi, nei ricordi e nei rapporti tra le generazioni.

Marco Bechis costruisce così un film politico e civile che non cerca scorciatoie emotive. Dopo Garage Olimpo e Hijos - Figli, il regista italo-argentino torna sulla dittatura senza trasformare il dolore in spettacolo: la dimensione quasi documentaria convive con personaggi di finzione capaci di coinvolgere lo spettatore senza ricorrere a stereotipi o semplificazioni.


Mariano, un uomo rimasto in guerra

Adriano Giannini interpreta un protagonista segnato da una frattura invisibile. Mariano reagisce agli stimoli improvvisi come se fosse ancora sottoposto alle scariche della picana e sembra incapace di ricomporre il rapporto con il proprio corpo, con il lavoro e con la vita quotidiana.

Il cognome Guerra rende esplicita la sua condizione: dentro di lui il conflitto non è mai terminato. Quando torna nel luogo che un tempo ospitava Garage Olimpo insieme alla figlia di Muñeca, le celle non esistono più, ma sul pavimento restano le linee che ne indicavano i confini. Mariano rimane fermo dentro quel perimetro, come se l’abbattimento dei muri non avesse eliminato la prigione.

La regia rende visibile la sua esistenza spezzata con pochi elementi: le tracce sul pavimento, gli specchi infranti che deformano il volto, la forza con cui il medico pratica un massaggio cardiaco. In quel gesto sembra cercare di rianimare prima di tutto il proprio cuore, bloccato da un trauma che non ha mai trovato una vera conclusione.


Il male senza redenzione

I vecchi torturatori mostrati da Bechis non vengono assolti dal tempo. I loro volti invecchiati non attenuano la responsabilità per le violenze commesse durante la dittatura e, dietro la normalità delle loro apparenze, rimane intatta la brutalità di un sistema costruito sulla sopraffazione.

Il film mostra anche le conseguenze private delle loro azioni: famiglie che li rifiutano, esistenze ormai disgregate e una pena che precede persino la sentenza giudiziaria. La musica dei Rolling Stones che accompagna una delle scene più terribili suggerisce che nemmeno gli aguzzini riescano a trovare appagamento nella loro perversa ricerca di dominio.

Tra queste figure spicca il Dottor K, l’uomo che in passato aveva protetto Mariano e che ora rischia di essere raggiunto dalle conseguenze dei propri crimini. Il soprannome richiama L’esperimento del dottor K, film del 1958 diretto da Kurt Neumann e legato anche all’ispirazione per La mosca di David Cronenberg.

Il riferimento non è soltanto cinefilo. Il dottore ha infatti condotto sul giovane Mariano una trasformazione psicologica che lo ha ridotto, secondo la sua stessa logica, a un animale obbediente. Nel presente, l’uomo appare consumato dalla decadenza fisica: i disturbi alla prostata e l’impotenza diventano il contrappasso corporeo per chi aveva usato la violenza sessuale come strumento di potere.

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Una memoria impossibile da seppellire

La figlia di Muñeca entra nella storia come una persona costretta a conoscere un passato ignorato fino a poco prima. Mentre ricostruisce ciò che accadde alla madre e a Mariano, il suo volto assume progressivamente una rigidità quasi scultorea, come se la verità avesse cancellato ogni possibilità di innocenza.

È attraverso di lei che il film rievoca i cosiddetti voli della morte. I dissidenti o presunti tali venivano gettati dagli aerei, così che il mare distruggesse i corpi e rendesse più difficile lasciare tracce. Quel metodo, concepito per cancellare le vittime, non ha però eliminato la responsabilità né il ricordo.

Ritorno a Buenos Aires insiste proprio su questo punto: la storia può essere occultata, manipolata o mutilata, ma non riscritta completamente. Anche i sopravvissuti portano addosso una ferita trasmessa ai figli, insieme ai sensi di colpa e agli effetti di un trauma che continua a produrre conseguenze.


Bechis torna sul proprio dolore

Il film assume un peso ulteriore perché il regista conosce direttamente la violenza che racconta. Cresciuto a Buenos Aires da madre cilena e padre italiano, Bechis fu sequestrato nell’aprile del 1977 e rimase per quattro mesi in una delle carceri clandestine della dittatura. La liberazione arrivò insieme a un decreto di espulsione che lo portò a Milano, dove vive ancora oggi.

La sua esperienza non viene trasformata in esibizione autobiografica. Al contrario, il regista mantiene uno sguardo asciutto e mai voyeuristico sui corpi feriti, quasi stesse operando una ferita aperta con precisione chirurgica. Il dolore personale diventa materia cinematografica, ma resta sempre subordinato alla storia dei personaggi.

La Mostra del cinema di Venezia, attraversata in quell’edizione da numerose rappresentazioni del trauma, offre il contesto in cui l’opera trova la propria collocazione. Le sofferenze fisiche e psicologiche presenti negli altri film richiamano quella di Mariano, uomo vivo soltanto dal punto di vista biologico e costretto a incontrare ancora una volta i fantasmi della dittatura.

Per questo il ritorno evocato dal titolo non indica soltanto un viaggio geografico. È la discesa dentro un passato che continua a chiedere di essere guardato, anche quando le mura sono state abbattute e il mare avrebbe dovuto cancellare ogni traccia.

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