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Spettacolo 4 min di lettura1 ora fa

Gradiva, gli adolescenti si riconoscono: il film che mette a nudo il desiderio

L’opera prima di Marine Atlan, premiata a Cannes, segue una classe parigina tra Napoli, Pompei, legami incerti e una generazione segnata dal trauma

La risposta più forte arrivata dalle prime proiezioni riguarda proprio il pubblico giovane: gli adolescenti sembrano riconoscersi nei rapporti di forza, nelle tensioni e nelle gerarchie che si creano all’interno di un gruppo. Marine Atlan racconta di averlo verificato durante gli incontri organizzati in Francia, negli Stati Uniti, in Inghilterra e in Italia, dove i ragazzi hanno apprezzato una rappresentazione capace di prenderli sul serio.

La regista ritiene però che Gradiva non sia destinato soltanto agli adolescenti. Avendo attinto anche ai propri ricordi e a esperienze condivise, il film può parlare a chiunque abbia attraversato quella fase della vita, senza rivolgersi esclusivamente a studenti, genitori o insegnanti.

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Il desiderio attraversa il gruppo

Nel film la sessualità non è trattata come un tema isolato, ma come una forza che passa da un personaggio all’altro. L’attrazione nasce negli sguardi, nei silenzi e negli spostamenti emotivi tra i ragazzi, mentre accanto al desiderio convivono esitazione e timore: alcuni non hanno ancora gli strumenti per comprendere fino in fondo ciò che provano.

Atlan ha scelto di non trasformare l’omosessualità nel centro dichiarato della storia. Una notte trascorsa da Toni con un giovane italiano, per esempio, viene lasciata fuori campo; a suggerire l’intimità contribuiscono invece la luce, il suono e la composizione delle immagini. Il risultato punta a una sensualità concreta senza ricorrere a rappresentazioni esplicite.

Poiché gli interpreti avevano 17 anni, ogni scena è stata preparata con particolare attenzione. Gli attori e le attrici hanno lavorato insieme ai coordinatori dell’intimità, indicando ciò che si sentivano di affrontare e ciò che preferivano evitare; la sceneggiatura è stata poi adattata a quei limiti.


Una generazione senza fiducia

Il lavoro sul progetto è iniziato dopo la pandemia, in un momento che Atlan considera decisivo per comprendere i suoi protagonisti. Secondo la regista, molti giovani sono cresciuti attraversando esperienze dolorose e oggi guardano con diffidenza alla politica, alle istituzioni e alla scuola come strumento di emancipazione.

«Quello che vedo emergere è un sentimento di rivolta, un desiderio di proiettarsi verso il futuro», ha spiegato Atlan parlando della generazione rappresentata nel film. Tra le preoccupazioni più sentite indica anche la crisi climatica e la capacità dei ragazzi di trasformare il disagio in una presa di posizione pubblica.

Per rendere credibile questo universo, la regista e la coautrice della sceneggiatura hanno incontrato giovani delle periferie parigine e osservato una vera gita di una classe dell’ultimo anno. Alcune situazioni sono nate proprio da quell’esperienza. In seguito, le prove con il cast hanno permesso di modificare i dialoghi ogni volta che suonavano artificiosi, fino a ottenere una recitazione più spontanea.


Napoli come luogo dell’identità

Il rapporto con l’Italia è legato anche alla storia personale di Atlan, di origine tunisina. Girare da straniera in un Paese percepito come parte di una memoria mediterranea mai pienamente vissuta le ha consentito di lavorare sui concetti di esilio, radici e sradicamento.

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Napoli, Torre del Greco e Pompei sono entrate nel progetto già durante la scrittura. La regista ha visitato quei luoghi tre anni prima delle riprese e ha raccontato di aver riconosciuto nella città una familiarità inattesa, insieme alla presenza sovrapposta di epoche diverse, al barocco e al culto popolare per Maradona.

Quello sguardo da outsider era necessario anche per costruire Toni, ragazzo di origini napoletane ma non davvero conoscitore del territorio. Il suo legame con la città è parzialmente immaginato e idealizzato; per questo, nel mese precedente alle riprese, Atlan ha realizzato con una squadra ridotta una serie di immagini con un metodo vicino a quello documentaristico.


Il viaggio dalla classe a Pompei

La storia segue una classe dell’ultimo anno di un liceo parigino durante un viaggio in Italia. Gli studenti si trovano sulla soglia dell’età adulta: attendono gli esiti delle ammissioni all’università e devono ancora affrontare l’esame di maturità, vissuto però come un passaggio quasi formale.

Tra amicizie, rivalità e attrazioni incrociate, il gruppo raggiunge il Vesuvio e gli scavi di Pompei. Qui la professoressa di latino che accompagna i ragazzi, preparata ma vulnerabile, li conduce davanti agli affreschi della Villa dei Misteri.

Il titolo richiama il racconto breve Gradiva, pubblicato nel 1903 dallo scrittore tedesco Wilhelm Jensen. Al centro dell’opera c’è l’ossessione di un archeologo per un bassorilievo che raffigura una giovane donna in movimento; il nome deriva dal latino e significa “colei che avanza”.


Dalla fotografia alla regia

Gradiva è il primo lungometraggio diretto da Marine Atlan, già direttrice della fotografia. Il film ha ricevuto un riconoscimento alla Settimana della critica di Cannes ed è stato presentato ad Alice nella città, sezione rivolta soprattutto a un pubblico giovane.

L’uscita nelle sale italiane è prevista dal 12 novembre con Fandango. Il progetto nasce quindi dall’incontro tra un’esperienza di formazione adolescenziale, l’osservazione della gioventù contemporanea e il paesaggio campano, utilizzato non come semplice sfondo ma come parte del percorso emotivo dei personaggi.

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