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Spettacolo 1 min di lettura1 ora fa

Don Giovanni è già morto: la lettura oscura di Fischer

Iván Fischer trasforma l’inizio dell’opera di Mozart in una cerimonia funebre, con Andrè Schuen protagonista chiuso in un sarcofago prima ancora che inizi la vicenda.

Prima ancora che la storia cominci, Don Giovanni appare prigioniero della propria fine. Nella lettura di Iván Fischer, direttore e ideatore dell’allestimento, il protagonista viene rinchiuso da vivo in un sarcofago di bronzo: un’immagine che orienta subito l’intera atmosfera dell’opera.

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Un protagonista sepolto prima dell’azione

Il sarcofago è già presente durante l’apertura musicale, quando la scena assume i contorni solenni e inquietanti di una tomba monumentale. Non si tratta soltanto di una cornice scenica: la collocazione del personaggio suggerisce che Don Giovanni sia già consumato interiormente, prima ancora di affrontare gli eventi.

Il luogo evocato è quello di una cripta sontuosa, attraversata da una musica cupa e severa. L’effetto è quello di un rito funebre che precede la vicenda e ne anticipa il destino, mettendo in primo piano la dimensione tenebrosa dell’opera di Mozart.

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La regia di Fischer cambia prospettiva

La proposta di Fischer non presenta dunque Don Giovanni come una figura semplicemente immersa nell’azione, ma come un uomo già condannato dalla propria condizione. La morte, anziché arrivare soltanto alla conclusione, viene collocata idealmente all’inizio della rappresentazione.

A interpretare il ruolo principale è Andrè Schuen, baritono altoatesino, chiamato a dare voce a un personaggio che la messinscena mostra fin dall’avvio in una condizione di prigionia e di oscurità. Il punto di partenza scelto dal direttore e ideatore sposta così l’attenzione sulla rovina interiore del protagonista e sul suo inevitabile approdo all’inferno.

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