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Spettacolo 1 min di lettura1 ora fa

Bruce Willis, la famiglia donerà il cervello alla ricerca

Emma Heming ha concordato la scelta con le figlie e Demi Moore per sostenere gli studi sulla demenza frontotemporale.

La famiglia di Bruce Willis ha deciso che, dopo la sua morte, il cervello dell’attore sarà donato alla ricerca sulla demenza frontotemporale. Emma Heming ha maturato la scelta dopo averne parlato con le figlie e con Demi Moore.

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La decisione della famiglia

La donazione è stata resa nota da Heming nel libro Un viaggio inaspettato, dove racconta anche l’esperienza vissuta accanto al marito durante il percorso della malattia. Il materiale potrebbe aiutare gli studiosi a comprendere meglio l’evoluzione della patologia neurodegenerativa.

La scelta è stata condivisa con Rumer, Scout e Tallulah, le figlie di Bruce Willis, e con Demi Moore, prima moglie dell’attore. Affrontare l’argomento mentre Willis è ancora in vita ha reso il confronto particolarmente doloroso, perché ha imposto alla famiglia di parlare in anticipo della sua futura scomparsa.


Gli studi sulla malattia

Nel volume Heming definisce la donazione «emotivamente devastante ma scientificamente necessaria». L’analisi del cervello potrebbe fornire nuove indicazioni sui meccanismi della demenza frontotemporale e favorire la ricerca di terapie più efficaci.

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A Willis è stata diagnosticata la malattia tre anni fa. Oggi, a 71 anni, le sue condizioni generali apparirebbero stabili, ma il disturbo continua a danneggiare progressivamente le funzioni cerebrali. Per questa patologia non esiste ancora una cura risolutiva.


La diagnosi e l’anosognosia

A gennaio Emma Heming aveva parlato anche dell’anosognosia associata alla condizione del marito. Si tratta di un disturbo che può impedire a chi ne soffre di riconoscere o comprendere di essere malato.

Secondo quanto raccontato dalla moglie, Willis non avrebbe quindi avuto piena consapevolezza della diagnosi e dei cambiamenti intervenuti nella sua vita quotidiana. La futura donazione mira a trasformare questa esperienza familiare in un contributo agli studi sulla malattia.

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