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Spettacolo 2 min di lettura4 ore fa

Barbara Barrie morta a 95 anni dopo il suicidio assistito

Premiata a Cannes nel 1964, recitò tra cinema, teatro e televisione e sostenne il fine vita a New York.

Barbara Barrie è morta a 95 anni nella sua abitazione di Manhattan dopo aver scelto il suicidio medicalmente assistito.

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Una carriera tra palcoscenico e schermo

Nata a Chicago nel 1931 con il nome di Barbara Berman, si avvicinò inizialmente al giornalismo prima di dedicarsi alla recitazione. Il passaggio dal teatro alla televisione e al cinema arrivò in modo inatteso, come raccontò parlando della propria formazione: «Dopotutto, sono entrambi ambiti creativi».

Tra gli anni Cinquanta e Sessanta comparve in numerose serie, tra cui “I difensori”, “Route 66”, “La città in controluce”, “Dottor Kildare”, “Ai confini della realtà”, “L’ora di Hitchcock” e “Il fuggiasco”. Nel 1964 sposò Jay Harnick, attore, regista e produttore, dal quale ebbe due figli, Jane e Aaron.


Il premio a Cannes e Broadway

Sempre nel 1964 interpretò il suo primo ruolo cinematografico di rilievo in “One Potato, Two Potato”, film incentrato su una relazione tra una donna divorziata e un uomo afroamericano conosciuto sul lavoro. La prova le portò il riconoscimento per la migliore attrice al Festival di Cannes.

Nel 1970 arrivò a Broadway con “Company”, dove interpretò Sarah e ottenne una candidatura ai Tony. Il ruolo più noto sul grande schermo fu però quello di Evelyn Stohler in “Allontanarsi d’inizio” del 1979, commedia drammatica dedicata a quattro ragazzi appena usciti dalle scuole superiori e alle loro incertezze sul futuro.

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Per quella parte, la madre ironica e comprensiva del protagonista, Barrie ricevette una candidatura all’Oscar come miglior attrice non protagonista. La ripresa dello stesso personaggio nell’adattamento televisivo le procurò anche una nomination agli Emmy.


La malattia e l’impegno civile

Nel 1994 all’attrice fu diagnosticato un tumore al retto. La malattia era già comparsa nella sua famiglia, ma Barrie lo scoprì soltanto dopo la diagnosi: «I miei cugini mi telefonarono e mi dissero: “Non sapevi che questa è una malattia che si tramanda nella nostra famiglia da tre generazioni?”». In seguito precisò di non averne mai sentito parlare perché, all’epoca, in famiglia non si pronunciavano le parole “retto” o “cancro”.

Dopo quella esperienza si impegnò nella sensibilizzazione sui tumori del colon e del retto e sostenne la legge dello Stato di New York sul fine vita. Alla sua malattia dedicò due libri, “Second Act”, pubblicato nel 1997, e “Don’t Die of Embarrassment”, uscito nel 1999.

Parlando della propria attività di informazione, spiegò quale traccia avrebbe voluto lasciare: «Penso che se riesco a far girare la voce su questa cosa, questa sarà la mia eredità».

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