Vescica, il doppio trattamento cambia il rischio: -49% di recidive
Lo studio di fase III Volga segnala meno ricadute e una riduzione della mortalità nei pazienti operabili non trattabili con cisplatino.
Il fumo resta il principale fattore di rischio modificabile per il tumore della vescica. Rossana Berardi, presidente eletta dell'Aiom, indica tra le priorità il sostegno a chi vuole smettere e la riduzione del contatto con sostanze cancerogene negli ambienti professionali.
Un'attenzione specifica riguarda anche le differenze tra uomini e donne. Sebbene la malattia sia più frequente nel sesso maschile, nelle pazienti può essere riconosciuta più tardi e avere un esito meno favorevole. La presenza di sangue nelle urine, spiega Berardi, può essere scambiata per cistite o per un sanguinamento di origine ginecologica: «È invece un segnale che merita sempre una valutazione medica, anche quando si presenta occasionalmente e senza dolore».
GioiaPura
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Il beneficio emerge sui due rischi
Nel carcinoma della vescica muscolo-invasivo operabile, l'impiego di durvalumab prima e dopo l'intervento, associato a enfortumab vedotin nella fase precedente alla chirurgia, ha abbassato del 49% la probabilità di recidiva. La stessa strategia ha inoltre ridotto del 42% il rischio di morte.
A due anni, la sopravvivenza ha raggiunto il 78% tra i pazienti sottoposti alla combinazione con durvalumab, contro il 69% osservato nel gruppo di confronto. Berardi riferisce anche che, nel medesimo arco temporale, più di tre pazienti su quattro erano vivi e la qualità di vita risultava mantenuta.
Una risposta per chi non usa cisplatino
I dati arrivano dallo studio di fase III Volga, condotto su persone con una forma muscolo-invasiva della neoplasia e candidabili all'intervento chirurgico. I partecipanti non potevano ricevere la chemioterapia basata sul cisplatino oppure avevano scelto di non sottoporvisi.
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Il lavoro è stato illustrato al congresso della Società europea di oncologia medica e, nello stesso momento, pubblicato sul New England Journal of Medicine. Secondo Emiliano Tamburini, direttore del Dipartimento di Oncologia e Cure Palliative e dell'Unità Operativa Complessa di Oncologia dell'Ospedale Cardinale Panico di Tricase, il regime ha mostrato un profilo di sicurezza gestibile.
Perché la malattia resta complessa
In Italia si stimano ogni anno circa 31mila nuove diagnosi di tumore della vescica. La componente muscolo-invasiva interessa approssimativamente un quarto dei pazienti e può arrivare a coinvolgere gli strati muscolari fino alla parete dell'organo.
Per questi casi può rendersi necessaria l'asportazione della vescica, un'operazione con conseguenze rilevanti sulla vita quotidiana. Inoltre, la neoplasia torna a manifestarsi in circa metà dei pazienti; per chi non era eleggibile al cisplatino, osserva Tamburini, le alternative terapeutiche sono rimaste a lungo limitate. A suo giudizio, i risultati del nuovo approccio perioperatorio possono modificare la pratica clinica.
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