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Salute 2 min di lettura2 ore fa

Tumore del Papa, le cure dipenderanno da stadio e mutazioni

Dopo l’intervento per l’adenocarcinoma polmonare, analisi istologiche e genetiche guideranno le decisioni sui trattamenti successivi e sui tempi del recupero.

La possibilità di ricorrere ad altre terapie dopo l’intervento al polmone dipenderà soprattutto da due elementi: quanto si è estesa la malattia e quali caratteristiche genetiche presenta il tumore. Per il viaggio in Sud America previsto a novembre, invece, l’oncologo Federico Cappuzzo invita alla prudenza: secondo l’esperto, nei primi 30 giorni aumenta il rischio di trombo-embolie e un volo molto lungo potrebbe accrescerlo.

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Il referto definirà l’estensione

Il tumore diagnosticato è un adenocarcinoma polmonare. L’esame istologico, compreso quello eseguito durante l’operazione, serve a precisarne il tipo e a verificare anche l’eventuale coinvolgimento dei linfonodi nella zona toracica. Proprio queste informazioni consentono di stabilire lo stadio della malattia e di capire se l’intervento possa essere sufficiente o debba essere seguito da altri trattamenti.

Prima dell’operazione erano stati eseguiti tre accertamenti: una broncoscopia robotica con biopsia, una tomografia computerizzata del torace con mezzo di contrasto e una tomografia a emissione di positroni. Si tratta degli esami normalmente utilizzati quando viene individuato un nodulo polmonare; la biopsia permette di analizzare in laboratorio un piccolo campione di tessuto.


Stadio e linfonodi cambiano strategia

La classificazione del tumore va dallo stadio 1 allo stadio 4. Nelle forme allo stadio 1, 2 e in una parte dello stadio 3 possono essere utilizzate terapie mediche prima o dopo l’intervento, mentre gli stadi 3 avanzato e 4 non sono considerati operabili e vengono trattati con terapie mediche.

Secondo Cappuzzo, nei casi iniziali indicati come stadio 1a, anche la presenza di alcune alterazioni genetiche non comporta automaticamente l’impiego di farmaci: possono essere sufficienti l’intervento e i controlli periodici. Quando la malattia è più avanzata, invece, le terapie aggiuntive possono diventare necessarie. Se il tumore misura meno di 4 centimetri e non ha raggiunto i linfonodi, negli stadi precoci la possibilità di guarigione completa è superiore a quella di una successiva ricomparsa della malattia.

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Le mutazioni possono orientare i farmaci

Dopo l’intervento, il tessuto tumorale sarà studiato anche dal punto di vista molecolare. Questi esami richiedono alcuni giorni e possono individuare mutazioni per le quali esistono trattamenti mirati, utilizzabili dopo la chirurgia con l’obiettivo di ridurre il rischio di recidiva.

Tra le alterazioni considerate ci sono quella del gene EGFR, che può portare alla produzione di una proteina capace di favorire la crescita del tumore e può essere contrastata con osimertinib, il riarrangiamento del gene ALK, per il quale è disponibile alectinib, e il riarrangiamento del gene RET, trattabile con selpercatinib.

Se non emerge una mutazione utile per una terapia specifica, nelle forme iniziali la chirurgia può bastare. Negli stadi più avanzati, spiega l’oncologo, si può valutare la chemioterapia associata, quando indicato, all’immunoterapia: l’obiettivo resta prevenire la ricomparsa della malattia.

ℹ️ Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo e non sostituiscono il parere del medico. Per qualsiasi dubbio sulla tua salute rivolgiti al tuo medico di fiducia.

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