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Salute 3 min di lettura2 ore fa

Microplastiche, il dubbio sulla fertilità: cosa sappiamo davvero

La Fondazione Sigo avvia un progetto per chiarire i rischi legati all’esposizione, distinguendo le evidenze scientifiche dalle ipotesi ancora da verificare

La presenza di microplastiche nell’ambiente è ormai documentata in numerosi contesti della vita quotidiana, dagli involucri per alimenti ai vestiti e agli oggetti utilizzati in casa. Restano invece da definire con precisione gli effetti sulla fertilità, sulla gravidanza e sulla salute delle generazioni future.

Per affrontare il tema senza semplificazioni, la Fondazione Sigo, Federazione della Società italiana di ginecologia e ostetricia, ha avviato un programma di informazione rivolto a cittadini, professionisti sanitari e istituzioni. Il progetto prevede materiali divulgativi, iniziative sui social media e podcast scientifici nei prossimi mesi.

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Le prove non autorizzano allarmi

«La salute della donna e delle future generazioni è strettamente legata alla qualità dell’ambiente in cui viviamo. Vogliamo distinguere ciò che la ricerca ha documentato da ciò che resta da dimostrare, senza creare allarmismi», ha spiegato Elsa Viora, presidente della Federazione Sigo, presentando l’iniziativa.

La diffusione dell’esposizione a sostanze potenzialmente capaci di interferire con il sistema endocrino è stata osservata anche nel progetto italiano Life Persuaded, coordinato dall’Istituto superiore di sanità. I metaboliti degli ftalati sono stati trovati nel 100% dei partecipanti, mentre il bisfenolo A è risultato presente nel 77% dei casi. Questi dati indicano quanto sia comune il contatto con tali sostanze, ma non dimostrano da soli l’esistenza di un danno per la salute.


Fertilità e ormoni sotto esame

Tra i composti oggetto di studio ci sono bisfenolo A, ftalati e Pfas. I loro meccanismi d’azione sono diversi, ma la ricerca sta valutando un possibile ruolo nella regolazione ormonale, nella fertilità, nella maturazione puberale e nei cambiamenti del metabolismo. Secondo gli esperti, le fasi dello sviluppo caratterizzate da maggiore sensibilità biologica richiedono particolare attenzione e studi condotti con criteri rigorosi.

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Le microplastiche sono state individuate anche nel liquido follicolare, un ritrovamento che ha aperto nuove domande sulla salute riproduttiva femminile. «La presenza di queste particelle pone interrogativi rilevanti, ma non consente conclusioni affrettate: occorrono studi clinici affidabili per capire se e in quale misura l’esposizione possa influire sulla qualità degli ovociti e sulla fertilità», ha osservato Stefano Lello, consulente scientifico della Fondazione Policlinico Gemelli Irccs di Roma.


Gravidanza, prevenzione e regole

Un’altra area di osservazione riguarda la gravidanza. Tracce di microplastiche sono state rilevate nella placenta, nel sangue del cordone ombelicale e nel liquido amniotico; il significato di questi riscontri per lo sviluppo del feto, tuttavia, non è ancora chiarito. La placenta svolge una funzione protettiva, ma non costituisce una barriera completamente impermeabile: per questo i risultati richiedono ulteriori verifiche e non possono essere considerati automaticamente la prova di una conseguenza clinica.

Nel frattempo, alcune esposizioni evitabili possono essere ridotte attraverso scelte quotidiane, come diminuire il ricorso agli imballaggi monouso, usare recipienti riutilizzabili e non scaldare gli alimenti dentro contenitori di plastica. Maria Grazia Petronio, epidemiologa e vicepresidente dell’Associazione italiana medici per l’ambiente, ha però sottolineato: «Servono anche regole e politiche capaci di ridurre l’inquinamento alla fonte».

L’obiettivo del percorso è quindi collegare tutela ambientale e protezione della salute femminile, promuovendo comportamenti consapevoli senza trasformare ogni rilevazione di sostanze o particelle in una diagnosi di danno. La Fondazione Sigo punta a fornire strumenti comprensibili per orientarsi tra risultati già acquisiti, interrogativi aperti e necessità di nuove ricerche.

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