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Salute 3 min di lettura2 ore fa

Endometriosi, 8 anni per una diagnosi: il dolore non va più ignorato

La prima Giornata nazionale della Ginecologia universitaria accende i riflettori sui sintomi, sulla diagnosi precoce e sulla necessità di cure uniformi in tutta Italia.

Il dolore mestruale che costringe una ragazza a saltare la scuola, rinunciare allo sport o ricorrere spesso agli antidolorifici non dovrebbe essere considerato normale. È questo il messaggio centrale della prima Giornata nazionale della Ginecologia universitaria, in programma il 21 ottobre e dedicata all’endometriosi, una patologia cronica che colpisce oltre il 10% delle donne in età fertile e che, in molti casi, viene individuata soltanto dopo circa 8 anni.

L’iniziativa è promossa dall’Agui, l’Associazione ginecologi universitari italiani, con il tema “Endometriosi. Riconoscere prima. Curare meglio”. Per accompagnare la campagna saranno messi a disposizione un decalogo sui segnali della malattia e uno sportello informativo gratuito online, attraverso cui porre domande e ricevere indicazioni dagli specialisti.

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Il dolore non è una condizione normale

Secondo Luigi Nappi, presidente nazionale dell’Agui, uno degli obiettivi prioritari è interrompere la lunga sottovalutazione dei sintomi. “Il dolore importante non deve essere normalizzato”, ha sottolineato, spiegando che un dolore pelvico capace di interferire con studio, lavoro, relazioni e vita quotidiana deve spingere a una valutazione medica.

Tra i segnali da non trascurare rientrano anche disturbi intestinali o urinari che si ripresentano in coincidenza con il ciclo. L’endometriosi, infatti, può comparire già durante l’adolescenza e talvolta non provoca sintomi evidenti; quando si manifesta, il dolore pelvico resta però uno dei principali campanelli d’allarme. Annotare frequenza e intensità dei disturbi può aiutare il ginecologo a ricostruire il quadro clinico.


Diagnosi e cure devono arrivare prima

Il decalogo dell’Agui invita a riconoscere tempestivamente la malattia, a richiedere una valutazione ginecologica qualificata e a costruire un percorso assistenziale coordinato. Il trattamento può prevedere farmaci, terapie ormonali compresi i contraccettivi estroprogestinici oppure, in determinate situazioni, un intervento chirurgico: la scelta deve dipendere dalle condizioni della singola paziente.

Oggi l’identificazione dell’endometriosi non richiede necessariamente la laparoscopia. La diagnosi può basarsi sull’esame clinico, sui sintomi e sull’ecografia eseguita da personale esperto. Sono inoltre allo studio test salivari associati a un questionario e a un algoritmo; un progetto finanziato dal ministero coinvolge le università di Cagliari, Foggia, Roma e Milano.

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Il nodo degli stadi iniziali

La malattia viene distinta in quattro stadi, ma nei Livelli essenziali di assistenza sono attualmente riconosciute le forme più severe, corrispondenti al terzo e al quarto stadio. Nappi sollecita l’estensione della tutela anche al primo e al secondo livello, così da favorire interventi anticipati e limitare, quando possibile, la progressione verso quadri più complessi.

Il tema riguarda anche la salute riproduttiva. Prevenire l’aggravamento dell’endometriosi può contribuire a proteggere la fertilità e, secondo l’Agui, a contenere i costi sostenuti dal sistema sanitario e dalla società per le complicanze di una patologia cronica. In un Paese alle prese con una forte diminuzione delle nascite, la tutela della fertilità viene indicata come una priorità.


Informare significa intercettare i bisogni

La Giornata nazionale punta infine a rafforzare il rapporto tra ricerca universitaria, professionisti e cittadine. Il decalogo e lo sportello informativo vogliono raggiungere anche chi non arriva direttamente in uno studio medico, offrendo orientamento sui sintomi e sui possibili passi successivi.

L’Agui ha portato lo stesso approccio anche alla tappa di Cagliari di “Fism for People”, progetto della Federazione delle società medico-scientifiche italiane dedicato alla prevenzione di prossimità. “La divulgazione è metà terapia, metà diagnosi”, ha affermato Nappi, ribadendo che una maggiore conoscenza può aiutare sia le donne sia gli operatori sanitari a riconoscere prima una condizione ancora troppo spesso sottovalutata.

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