Dall’obesità alle infezioni: il possibile nuovo effetto dei farmaci
Dati preliminari nei pazienti con diabete di tipo 2 indicano una possibile riduzione dei ricoveri e della mortalità, ma servono ulteriori verifiche.
I farmaci biologici oggi impiegati contro le riacutizzazioni della Bpco potrebbero segnare un passaggio importante nella gestione di una delle complicanze più pericolose per la prognosi. Lo ha spiegato Leonardo Fabbri, membro del comitato scientifico della Fondazione Menarini, sottolineando la novità rappresentata da queste terapie.
La medicina amplia il suo raggio d’azione
Nel corso dell’incontro, Filippo Crea, presidente eletto della Società Europea di cardiologia, ha osservato che in futuro una quota vicina alla metà dei casi di malattia cardiaca potrebbe essere associata a elementi diversi dai fattori di rischio tradizionali. Tra quelli indicati figurano depressione, isolamento sociale e inquinamento dell’aria.
Il confronto ha ripercorso mezzo secolo di progressi nella cura delle patologie cardiovascolari, respiratorie e metaboliche. Molte condizioni che un tempo avevano possibilità terapeutiche limitate sono oggi trattabili, mentre la ricerca sta valutando applicazioni più ampie per medicinali nati in ambiti specifici.
Sicurezza, serve vigilanza prolungata
Secondo Stefano Del Prato, presidente della Fondazione Menarini, finora i nuovi farmaci contro l’obesità non hanno mostrato particolari segnali di rischio oltre agli effetti indesiderati già conosciuti per questa categoria, tra cui nausea e, meno frequentemente, vomito. Non sono inoltre emerse evidenze specifiche riferibili a complicanze gravi.
Del Prato ha però richiamato l’attenzione sulla necessità di seguire i pazienti nel tempo. L’assenza di problemi rilevanti osservati finora, ha precisato, non esclude che possano comparire criticità dopo periodi più lunghi: per questo resta essenziale un monitoraggio farmacologico continuo, capace di intercettare rapidamente eventuali nuove informazioni.
Alzheimer e Parkinson restano ipotesi aperte
Le possibili applicazioni non si fermano al trattamento dell’obesità e del diabete di tipo 2. Sono state avviate valutazioni anche in altre malattie, tra cui Alzheimer e Parkinson, sulla base di risultati preliminari ottenuti in fase preclinica.
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Le prove disponibili sino a oggi, tuttavia, non sostengono ancora un impiego di questi medicinali per tali patologie. La ricerca proseguirà, ma al momento non esistono dati sufficientemente solidi per considerare confermato un effetto protettivo.
Il dato inatteso sulle infezioni gravi
L’attenzione si concentra ora su risultati non ancora pubblicati ottenuti in persone con diabete di tipo 2 e malattia cardiovascolare. L’analisi avrebbe rilevato meno ricoveri per infezioni acquisite fuori dall’ospedale e una diminuzione del 60% della mortalità complessiva, comprendendo anche i decessi legati alle malattie infettive.
«Sono osservazioni molto interessanti, ma devono essere interpretate con cautela», ha dichiarato Del Prato durante il congresso. La riduzione dei ricoveri e dei decessi potrebbe indicare l’esistenza di meccanismi biologici ancora da comprendere; saranno quindi necessari altri studi per chiarirne l’origine e verificare la solidità del segnale.
I dati sono stati presentati durante l’incontro “Mezzo secolo di medicina. Guardando al futuro”, organizzato insieme all’Università degli Studi di Firenze per i 50 anni di attività della Fondazione Menarini.
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