Chirurghi in fuga, lo scudo non basta: 1.500 in meno entro il 2030
Il ministro Schillaci annuncia 120 milioni l’anno per le specializzazioni meno richieste, mentre la Società Italiana di Chirurgia segnala un possibile vuoto di personale negli ospedali
Il governo punta su 120 milioni di euro ogni anno per rendere più attrattive le specializzazioni con meno candidati e prepara un rafforzamento dello scudo penale per i medici. Il ministro della Salute Orazio Schillaci ha indicato queste misure come parte della risposta alla difficoltà crescente della chirurgia generale nel reclutare nuove leve.
Schillaci ha definito la chirurgia un «pilastro della sanità pubblica» e ha riconosciuto che negli ultimi anni la disciplina ha perso capacità di richiamo tra i giovani. Tra gli interventi citati figurano anche il rinnovo anticipato del contratto del comparto sanitario e il disegno di legge sulle professioni sanitarie ancora in discussione in Parlamento.
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La responsabilità resta il nodo centrale
Il progetto di riforma della responsabilità professionale è all’esame della Commissione Affari Sociali della Camera dopo essere stato presentato nel novembre scorso. L’intenzione del governo è limitare la punibilità penale ai casi di colpa grave, dando maggiore rilievo al rispetto delle linee guida e delle buone pratiche clinico-assistenziali.
Per Ludovico Docimo, presidente della Società Italiana di Chirurgia e ordinario di chirurgia generale all’Università Vanvitelli di Napoli, la tutela dovrebbe diventare stabile e applicabile in modo chiaro. «Il chirurgo è la figura più esposta rispetto alle altre specialità», ha affermato, chiedendo che i decreti attuativi siano approvati entro il 31 dicembre e precisando che l’errore grave dovrebbe restare perseguibile quando non vengono rispettate le indicazioni professionali.
Un ricambio che non regge
Il problema riguarda anche l’età di chi oggi lavora negli ospedali. Secondo i dati Eurostat, più della metà dei chirurghi generali ospedalieri italiani ha superato i sessant’anni: una quota superiore a quella registrata in Francia e Germania, entrambe al 44%, e in Spagna, ferma al 32%.
La proiezione elaborata da Docimo indica che, entro il 2030, circa 2.800 dei 6.500 chirurghi oggi dipendenti dagli ospedali potrebbero lasciare il servizio. Le scuole di specializzazione, considerando i posti coperti dal 2022 a oggi, produrrebbero invece meno di 1.300 nuovi specialisti: il saldo potenziale sarebbe quindi negativo per circa 1.500 professionisti.
Borse vuote e differenze territoriali
Nel 2026 la situazione delle borse di specializzazione ha mostrato un lieve miglioramento rispetto all’anno precedente, ma non una soluzione del problema. I posti rimasti senza assegnatario sono 193 su 646, pari al 30%, contro il 37,8% del 2025.
La distribuzione geografica rende il quadro ancora più disomogeneo. A L’Aquila non è stato attribuito alcun contratto; a Udine e Genova è rimasto libero quasi il 90% delle posizioni, mentre Cosenza, Sassari, Campobasso e Perugia hanno coperto non più di un quinto dei posti disponibili.
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Il rischio per chi deve operarsi
Alla carenza nelle ammissioni si sommano altri segnali di dispersione: il 10% degli assegnatari abbandonerebbe il percorso prima di completare i cinque anni, mentre un ulteriore 10% degli specialisti sceglierebbe l’estero o il settore privato. Inoltre, tra i primi 1.000 classificati al concorso, soltanto 9 hanno optato per la chirurgia generale.
La riduzione prevista del 20% degli organici si confronta con una crescita stimata del 12% della domanda di prestazioni chirurgiche nei prossimi cinque anni. Per Docimo, il possibile effetto sarebbe concreto: su 650mila interventi di chirurgia generale eseguiti ogni anno, uno su dieci potrebbe risultare esposto a difficoltà, con attese più lunghe e spostamenti maggiori soprattutto per i pazienti del Sud.
Perché i giovani scelgono altro
Tra i fattori che rendono meno desiderabile la chirurgia vengono indicati turni pesanti, remunerazioni giudicate insufficienti rispetto al resto dell’Europa occidentale e un contenzioso medico-legale cresciuto del 150% in dieci anni. A questo si aggiungono i costi delle assicurazioni, le aggressioni e l’assenza, finora, di una protezione penale strutturale.
Anche il ritmo di aggiornamento delle tecnologie pesa sulle scelte professionali, in particolare per le procedure robotiche. Alcuni giovani si trasferiscono così all’estero per acquisire competenze più avanzate, mentre altri orientano la propria carriera verso strutture private o specializzazioni come cardiologia, ginecologia e dermatologia.
L’allarme parte dal congresso di Roma
Il quadro è stato illustrato durante il 128° Congresso nazionale della Società Italiana di Chirurgia, inaugurato a Roma. Docimo ha richiamato anche uno studio pubblicato sul Journal of the American College of Surgeons: negli Stati Uniti 15 milioni di persone vivono in contee prive di un chirurgo generale.
L’Italia non dispone di una rilevazione equivalente sulla forza lavoro chirurgica, ma il presidente della società ritiene che diversi indicatori vadano nella stessa direzione. La difficoltà nel riempire i posti disponibili, presente in modo strutturale dal 2021, potrebbe tradursi in un problema territoriale sempre più ampio: «Entro 5 anni molte aree italiane rischiano di restare senza chirurghi», ha avvertito Docimo.
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