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Politica 3 min di lettura2 giorni fa

Ucraina, il punto d’incontro tra Conte e Vannacci: la tesi di Follini

L’analisi di Marco Follini individua nella collocazione internazionale dell’Italia il terreno decisivo dello scontro tra populismo e tradizione liberal-democratica.

Secondo Marco Follini, la vera sfida per le forze che contestano l’assetto politico tradizionale non si giocherà soltanto su valori, programmi o parole d’ordine. Il passaggio decisivo sarà la posizione dell’Italia nello scenario internazionale, soprattutto davanti alla guerra in Ucraina e agli equilibri tra alleanze occidentali e nuove potenze.


La geopolitica avvicina gli opposti

Follini vede una convergenza significativa tra Giuseppe Conte e Roberto Vannacci proprio sul dossier ucraino. Pur provenendo da aree politiche molto lontane e facendo riferimento a tradizioni culturali differenti, entrambi metterebbero in discussione il sostegno a Kiev e, più in generale, l’attuale sistema di alleanze dell’Italia.

Per l’ex presidente del Consiglio, questa posizione crea un problema irrisolto per il centrosinistra, chiamato a confrontarsi con l’ipotesi di interrompere l’appoggio all’Ucraina. Sul versante opposto, il generale Vannacci coltiverebbe un obiettivo analogo, pur con argomenti diversi: indebolire i legami internazionali consolidati e spingere il Paese verso una condizione di dipendenza rispetto al nuovo potere dominante.


Il vero banco di prova del populismo

Questa vicinanza tra estremi può apparire inattesa. Conte ha cercato di collegare la propria esperienza politica ad alcune radici della sinistra democristiana, mentre Vannacci accompagna spesso i suoi interventi con riferimenti nostalgici. Tuttavia, quando il confronto si sposta sulla principale crisi internazionale del momento, emergono posizioni che presentano più tratti comuni di quanto si sia disposti ad ammettere.

È qui, secondo Follini, che si misura il limite delle forze nate ai margini del vecchio sistema. La loro battaglia non finirebbe per concentrarsi sulla rigenerazione morale o sulla semplice innovazione politica, ma sulla revisione degli equilibri geopolitici. La contestazione delle istituzioni e dei comportamenti consolidati procederebbe così insieme alla richiesta di cambiare la collocazione dell’Italia nel mondo.


Il dilemma delle democrazie tradizionali

Da tempo i partiti moderati si interrogano su come reagire ai movimenti anti-sistema. Una possibilità consiste nel contrastarli frontalmente; un’altra è appropriarsi di alcune delle loro proposte, tentando di ridurne la forza dirompente e di riportarle dentro il perimetro istituzionale.

Il problema non riguarda soltanto l’Italia. In Germania la crescita dell’AfD ha riproposto la stessa scelta, mentre in Francia il tema si è imposto in vista delle prossime elezioni presidenziali. In entrambi i casi, il confronto ruota attorno alla possibilità di integrare i cosiddetti “barbari” nella tradizione politica oppure di difendere quest’ultima senza compromessi tattici.

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Le vecchie cittadelle hanno perso forza

Anche il quadro italiano, osserva Follini, è segnato dall’indebolimento delle forze che per decenni avevano rappresentato la continuità democratica del Paese. I partiti tradizionali hanno conservato una parte ridotta delle risorse politiche di un tempo e soprattutto non dispongono più dello stesso seguito popolare.

La contrapposizione tra cultura liberal-democratica e populismo sarebbe stata affrontata senza una strategia organica. A sinistra si è puntato sull’integrazione del Movimento 5 Stelle nel circuito istituzionale, immaginando che il passaggio da Beppe Grillo a Giuseppe Conte potesse trasformarne completamente la natura.

A destra, invece, Matteo Salvini ha provato ad attrarre Roberto Vannacci offrendo la candidatura alle elezioni europee e un posto a Strasburgo. Follini sostiene che quella scelta abbia imposto in seguito un costo politico maggiore rispetto alle aspettative iniziali, coinvolgendo anche Giorgia Meloni e l’intera coalizione di governo.


Ascoltare senza assorbire

Le forze di protesta, nella lettura di Follini, non vanno ignorate: le loro istanze meritano attenzione, anche quando nascono in aperta opposizione al sistema. Il passaggio successivo, però, dovrebbe consistere nel lasciarle sviluppare autonomamente, senza forzarle troppo rapidamente dentro una cornice istituzionale.

L’esperienza mostrerebbe infatti che l’inserimento accelerato di movimenti nati per mettere in discussione l’intero ordine politico raramente conduce agli esiti immaginati da chi lo promuove. La difficoltà aumenta quando il confronto investe la sicurezza nazionale, i rapporti internazionali e il futuro delle alleanze.

Per questo, conclude Follini, la partita decisiva non si esaurirà nelle dichiarazioni sulla novità politica né nella contrapposizione tra vecchi e nuovi protagonisti. Sarà la scelta sul ruolo dell’Italia nello scacchiere globale a stabilire la direzione dello scontro, rendendo la geopolitica il terreno sul quale si deciderà il futuro del sistema politico.

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