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Politica 3 min di lettura5 giorni fa

Sindaci-star, biblioteca e alberi: il lato assurdo del mestiere più odiato

Tra foto con i protagonisti del momento, tasse di soggiorno e promesse sul verde, il racconto ribalta l’idea romantica del sindaco e mostra quanto sia ingrato quel ruolo.

C’è chi sogna la fascia tricolore per prestigio, ma il quadro che emerge è molto meno glamour: tra social pieni di ostilità, città affollate e aspettative impossibili, fare il sindaco appare quasi un lavoro da bersaglio fisso. È da qui che si capisce meglio la scena di Beppe Sala e Roberto Gualtieri a New York, finiti in orbita Zohran Mamdani come due amministratori in cerca di un po’ di luce riflessa.

La suggestione della “sindacatura” come mestiere desiderabile viene subito ribaltata da una serie di episodi che toccano Bologna, Milano e il rapporto sempre più teso tra città e cittadini. Matteo Lepore, in particolare, diventa il punto d’appoggio per raccontare quanto il ruolo sia insieme esposto, contestato e pieno di paradossi.


La passerella che non salva nessuno

Sala e Gualtieri, la settimana scorsa, sono andati a New York per incontrare Zohran Mamdani, sindaco diventato una specie di star del momento. L’immagine dei due italiani sul bus panoramico insieme al primo cittadino americano diventa l’innesco del ragionamento: la vicinanza alla celebrità politica non cancella certo l’impopolarità quotidiana di chi amministra una città.

Nel mezzo arriva anche la risposta di Lepore a un giornalista durante la festa dell’Unità di Bologna. Di fronte all’osservazione che in tanti vorrebbero fare il sindaco, lui ha liquidato il problema con toni quasi leggeri, sostenendo che si tratta di un bel mestiere. Poi ha aggiunto che gli insulti sui social, a suo dire, non sarebbero autentici ma opera di bot e che nel pomeriggio nessuna delle venti persone incontrate l’aveva attaccato.


Bologna, tra tasse e cultura

Il discorso si sposta quindi sul costo della cultura e sul modo in cui Bologna la finanzia. Per alcuni appuntamenti, come quelli della Cineteca, vengono usati i proventi della tassa di soggiorno, cioè il sovrapprezzo pagato dai turisti negli hotel. Lepore ha anche sostenuto che Bologna meriti un’imposta più alta, ricordando che Firenze può arrivare a dieci euro e chiedendosi, in sostanza, perché il capoluogo emiliano dovrebbe accontentarsi di meno.

Nel testo viene richiamato anche il caso della mostra de La ragazza con l’orecchino di perla, descritta nel libro di Salvatore Papa, “Bologna non è un’isola felice”, pubblicato da DeriveApprodi. L’esposizione costò diversi milioni di euro e chiuse con un passivo di 550mila euro, anche se l’attenzione pubblica si concentrò soprattutto sui 342.626 visitatori e sul richiamo turistico. All’epoca Lepore, ancora assessore, rivendicò il ritorno della città sulle mappe internazionali.

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Gli alberi, il caldo e le promesse

Un altro passaggio riguarda il verde urbano. Il testo insiste sul contrasto tra la retorica della riqualificazione e la realtà di città sempre più cementificate, dove la manutenzione degli alberi pesa sui bilanci e spesso porta ai tagli. In piazza Maggiore, l’estate scorsa, comparvero due piccoli alberi in vaso, descritti come una soluzione quasi grottesca.

Lepore, davanti a pochi giornalisti, ha provato a difendere la sua linea, ma ha anche ammesso che sul tema del verde non esiste unanimità: persino un albero piantato in terra o collocato in vaso può dividere le opinioni. Sul caldo, inoltre, ha osservato che quello arrivato quest’estate sarebbe dovuto comparire tra dieci anni, mentre per le scuole ha escluso l’aria condizionata perché non sarebbe sana né adeguata. La soluzione, secondo lui, dovrebbe essere una scuola nuova, a zero consumi energetici e raffrescata grazie all’architettura moderna.


Il sindaco e la città che non perdona

L’idea di fondo, però, è che il sindaco resti una figura esposta a una contestazione quasi permanente. Le città sono le stesse di anni fa, ma la pressione è aumentata: più abitanti, più turisti, più poveri, più tensione nello spazio pubblico. A Bologna, in particolare, si vedono più persone che chiedono l’elemosina e più senzatetto rispetto al passato, e questo alimenta il disagio.

Nel finale il quadro si fa ancora più netto: fare il sindaco significa occuparsi di buche, rifiuti e servizi quotidiani, senza il sollievo della popolarità. È un lavoro che, nel racconto, resta difficile perfino per chi prova a circondarsi di immagini patinate, foto simboliche e grandi annunci di riqualificazione.

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