Schlein, la svolta che Follini vede all’orizzonte: Meloni non basta
L’ex segretario del Pd descrive una leadership prudente e diplomatica, destinata però a confrontarsi con tensioni interne, alleati difficili e una campagna elettorale più aspra.
La prova decisiva per Elly Schlein non riguarderà soltanto il confronto con Giorgia Meloni. Secondo Marco Follini, con l’avvicinarsi delle elezioni la segretaria del Pd dovrà dimostrare di saper guidare un partito complesso e una coalizione ampia senza affidarsi esclusivamente alla pazienza e alla mediazione.
Finora la sua strategia è apparsa improntata alla prudenza: pochi scontri frontali, grande attenzione agli equilibri interni e nessuna volontà di trasformare il Pd in un partito personale. Un metodo che ha garantito stabilità, ma che potrebbe rivelarsi insufficiente quando la competizione politica entrerà nella fase più intensa.
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Una leadership senza corrente
Follini descrive Schlein come una leader capace di mantenere una certa distanza dalle dinamiche tradizionali del partito. Non ha costruito una propria corrente e, proprio per questo, non sembra aver ingaggiato battaglie sistematiche contro quelle degli altri. La segretaria, osserva l’ex esponente del Pd, appare più concentrata sulla propria idea politica che sulla ricerca di seguaci.
Questa impostazione ha evitato una gestione autoritaria e ha contenuto i conflitti, ma presenta anche un limite: la leadership rischia di apparire isolata e non ancora abbastanza temprata dal confronto. Schlein è al vertice del Pd da più tempo rispetto ai suoi predecessori, ma la durata dell’incarico non si è tradotta finora in una presenza politica percepita come pienamente collegiale.
Il caso della presunta congiura
Nei giorni scorsi la segretaria aveva accennato a un tentativo di “farla fuori”. Il riferimento a un possibile complotto interno, tuttavia, non è stato accompagnato da una reazione particolarmente dura: la denuncia è rimasta contenuta e non ha aperto una nuova stagione di scontri nel partito.
Per Follini, proprio questo episodio mostra la natura del metodo scelto da Schlein. Anche quando avverte una minaccia, la leader tende a non esasperare il conflitto e lascia cadere rapidamente la polemica. Una scelta che può proteggere gli equilibri nel breve periodo, ma che non risolve necessariamente le tensioni sotterranee.
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Alleati, piazza e campagna elettorale
La stessa cautela emerge nei rapporti con gli alleati. Schlein ha mantenuto un atteggiamento diplomatico, evitando di escludere qualcuno o di imporre richiami particolarmente severi alla disciplina comune. Nessuno dei partner, secondo l’analisi di Follini, sembra però occupare un posto davvero privilegiato nella sua strategia politica.
Il problema potrebbe diventare più evidente davanti a una piazza attraversata da un’opposizione radicale e da umori difficili da governare. Il consenso della segretaria dipenderà anche dalla capacità di interpretare quel sentimento senza lasciarsi trascinare dalle sue componenti più tumultuose, soprattutto durante una campagna elettorale.
Quando la pazienza non basterà
La gestione del Pd richiederà allora una partecipazione più energica, intensa e condivisa rispetto a quella mostrata finora. Anche l’alleanza, per restare unita, potrebbe aver bisogno di decisioni più nette di quelle suggerite dalla “testardaggine unitaria” con cui Schlein ha finora difeso la prospettiva comune.
La diplomazia, sostiene Follini, può sembrare inizialmente una strategia efficace per evitare ostacoli e conflitti. Con il passare del tempo, però, il rischio è che venga letta come incapacità di scegliere. E la politica democratica, proprio perché fondata sul confronto, non consente di eludere indefinitamente le controversie.
Quando il tema delle divisioni interne tornerà in primo piano, Schlein potrebbe quindi essere costretta a rendere più precisa la propria risposta. A quel punto, conclude Follini, dovrà affrontare non soltanto Meloni, ma anche le resistenze, le tensioni e le diverse ambizioni presenti nel suo stesso campo.
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