Salis, il caso dei 300mila euro: domani il verdetto sull’appello
La Corte d’appello di Milano deve stabilire se il procedimento contro l’europarlamentare possa ripartire da zero per un problema nella notifica degli atti.
Ilaria Salis valuta anche la possibilità di rivolgersi alla magistratura per le minacce e le pressioni che, secondo quanto riferito dalla stessa europarlamentare, sarebbero arrivate dai due ex assistenti. Valentina Dadda e François Gelmetti oggi gestiscono un bed and breakfast nel palazzo della famiglia Dadda, affacciato sul Canal Grande a Venezia.
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Le pressioni e il danno economico
La questione si aggiunge al contenzioso sul licenziamento dei due collaboratori, che accusano Salis di aver interrotto il rapporto senza una motivazione valida. Al momento non è escluso che la parlamentare presenti una denuncia per gli episodi segnalati.
Sul piano finanziario, i suoi difensori hanno evidenziato il possibile impatto della condanna. Nella documentazione fiscale relativa al 2023 e al 2024 risultano redditi complessivi di poco superiori a 10 mila euro: per questo, il pagamento di oltre 300mila euro potrebbe avere conseguenze «devastanti» sul patrimonio dell’europarlamentare.
La Corte decide sulla notifica
La decisione dei giudici milanesi è attesa domani mattina. L’appello non riguarda ancora il cuore della controversia lavorativa, ma la regolarità del procedimento che ha portato alla pronuncia di primo grado.
Nel corso dell’udienza odierna, durata circa trenta minuti e presieduta da Silvia Marina Ravazzoni, i rappresentanti di Dadda e Gelmetti hanno confermato le argomentazioni già depositate. I legali di Salis, Federico Manfredi e Chiara Romeo, hanno invece richiamato orientamenti della giurisprudenza italiana ed europea sulla validità delle notifiche.
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Il punto contestato dai difensori
Secondo la ricostruzione della difesa, il ricorso introduttivo non sarebbe mai arrivato effettivamente a conoscenza della destinataria. L’ufficiale giudiziario, sostengono gli avvocati, avrebbe tentato una sola volta la consegna, circa un anno fa, presso l’indirizzo allora disponibile, senza ulteriori verifiche nonostante Salis trascorra molto tempo fuori dall’Italia e lontano dalla propria abitazione.
Per Manfredi, una notifica è corretta soltanto quando consente alla persona coinvolta di sapere dell’esistenza del procedimento e di difendersi. «Deve raggiungere il destinatario in modo che possa conoscere il procedimento», ha spiegato il legale, ricordando che risultavano disponibili sia l’indirizzo di residenza sia la posta elettronica certificata.
Cosa può succedere dopo
Nel marzo scorso il Tribunale aveva condannato Salis, rimasta contumace e quindi priva della possibilità di partecipare al giudizio, a corrispondere ai due ex assistenti più di 300mila euro. La sentenza non è esecutiva e l’atto di appello, depositato a giugno in un documento di oltre cento pagine, ha portato anche alla sospensione dell’efficacia della decisione.
Dopo l’udienza, Salis ha commentato l’attesa con poche parole: «Attendiamo con serenità la decisione». Se la Corte ravviserà un vizio nella notifica, l’intero procedimento dovrà tornare davanti al giudice di primo grado; qualora invece gli atti siano ritenuti validi, il giudizio proseguirà sull’eventuale licenziamento ingiustificato e sulle richieste economiche dei due ex collaboratori.
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