Salis e i 300mila euro: domani l’appello sul caso collaboratori
L’europarlamentare di Avs contesta il rapporto con due ex assistenti e prepara la sua difesa nel giudizio di secondo grado a Milano
Alla vigilia dell’udienza, Ilaria Salis ha scelto di ricostruire pubblicamente una vicenda che considera dolorosa e che, a suo giudizio, ha sottratto tempo ed energie al lavoro parlamentare. L’europarlamentare di Avs sostiene di voler affrontare il confronto in aula con trasparenza verso le persone che le hanno dato fiducia.
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Il documento anonimo finisce nel mirino
Salis respinge anche le accuse contenute in un testo diffuso online e attribuito a presunti ex lavoratori. Nel documento si parla di un ambiente professionale nocivo, direttive prive di senso e comportamenti riconducibili al mobbing quotidiano.
L’europarlamentare considera quelle ricostruzioni prive di fondamento e le definisce «bugie, illazioni e diffamazioni». Poiché il documento non riporta autori identificabili, Salis ha aggiunto che, qualora venisse individuato chi lo ha scritto, dovrà assumersi le proprie responsabilità.
Un legame nato prima dell’Europarlamento
Valentina Dadda e François Gelmetti conoscevano Salis da molti anni. Avevano condiviso esperienze nei movimenti milanesi e preso parte alla mobilitazione organizzata durante i 15 mesi trascorsi dall’europarlamentare in carcere a Budapest.
Dopo l’elezione al Parlamento europeo, Salis li aveva quindi coinvolti come collaboratori locali. Secondo la sua versione, tuttavia, le modalità operative sarebbero state definite soprattutto da loro e, con il trascorrere del tempo, il rapporto avrebbe iniziato a presentare difficoltà sempre più marcate.
La fiducia si spezza tra pressioni e assenze
L’europarlamentare sostiene che i due abbiano cercato di incidere sulle sue decisioni politiche facendo leva sull’aiuto ricevuto durante la detenzione. A suo dire, il mandato sarebbe stato trattato come uno strumento utile a interessi personali, anziché come un incarico da svolgere nell’interesse degli elettori.
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Salis riferisce inoltre di aver avuto problemi nella gestione quotidiana: i collaboratori, pur ricevendo compensi pubblici, non avrebbero risposto alle comunicazioni né partecipato agli incontri. Avrebbero anche preteso, secondo la sua ricostruzione, che venissero finanziate attività a loro riconducibili. Quando la situazione è diventata insostenibile, ha deciso di interrompere il rapporto.
La causa e il nodo delle notifiche
Prima di arrivare alla rottura, Salis afferma di avere tentato per mesi di trovare una soluzione condivisa. Il dialogo, però, sarebbe rimasto bloccato e i due ex collaboratori le avrebbero prospettato una dura reazione, arrivando a dirle che avrebbero fatto il possibile per danneggiarla.
Dadda e Gelmetti hanno poi avviato un procedimento contro di lei, ottenendo in primo grado un risarcimento di 300mila euro. Salis sostiene di essere venuta a conoscenza della causa soltanto dopo la pubblicazione della sentenza: il ricorso, a suo dire, sarebbe stato notificato attraverso la procedura prevista per le persone irreperibili, sebbene lei non lo fosse.
Il conto bloccato e l’appello di domani
Dopo il mancato versamento di circa 7mila euro per le spese legali, il conto di Salis è stato sottoposto a pignoramento. La parlamentare ha poi pagato la somma e il conto è stato riattivato due giorni più tardi, ma contesta anche in questa fase il rispetto delle regole ordinarie sulle notifiche.
Il processo di appello comincerà domani in un tribunale di Milano. La decisione di primo grado è al momento sospesa e Salis si dice fiduciosa di poterla modificare; i legali dei due ex collaboratori, Francesca Verdura, Tiziana Laratta e Sergio Romanotto, hanno scelto di non commentare prima dell’udienza.
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