Primarie socialiste in Francia, Ollion: il vecchio sistema vacilla
Dopo il primo confronto tra i candidati, il sociologo legge nella sfida del PS i segnali di una crisi più ampia dei partiti tradizionali.
La corsa di Matthieu Pigasse sembra destinata a fermarsi prima ancora di partire, perché senza un sostegno organizzato una candidatura nazionale rischia di restare senza gambe. È questa, per Étienne Ollion, la conseguenza più concreta della fragilità dei partiti in Francia: non basta un profilo noto, servono struttura, volontari e denaro.
Quando manca il partito, manca tutto
Ollion, direttore di ricerca al Cnrs, osserva che persino chi ha successo in un altro campo può immaginare di trasportare quel capitale in politica. Pigasse, infatti, aveva lasciato intendere di non escludere una corsa, ma non entrerà nelle primarie socialiste.
Per il sociologo, però, l’assenza di una macchina politica rende quasi impossibile reggere una campagna: bisogna organizzare incontri, stampare materiale elettorale, mobilitare persone e trovare finanziamenti. Senza questa rete, dice in sostanza, la sfida si chiude ancora prima di cominciare.
Faure e Glucksmann si giocano tutto
Più in alto degli altri, secondo l’analisi di Ollion, restano solo due nomi: Olivier Faure e Raphaël Glucksmann. L’attuale segretario del Partito Socialista e il leader di Place Publique sono, a suo giudizio, gli unici con una reale possibilità di spuntarla nelle primarie che si terranno tra circa un mese.
Gli altri tre candidati vengono definiti dal sociologo come presenze soprattutto simboliche. La loro partecipazione serve più a segnare un orientamento politico che a contendere davvero la candidatura all’Eliseo.
I vecchi volti tornano a pesare
La presenza di figure come François Hollande e Ségolène Royal, per Ollion, non è un caso isolato ma un effetto della crisi dei partiti tradizionali. Nel 2011 Hollande era considerato “il signor 3%”, eppure riuscì a ribaltare i pronostici, prima nelle primarie e poi nelle presidenziali.
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Da qui, spiega il sociologo, nasce la tentazione di riprovarci per chi ha già conosciuto un ribaltamento inatteso. È anche per questo che nomi del passato tornano a circolare, pur apparendo poco convenzionali.
Un confronto che lascia già intravedere tensioni
Mercoledì sera i quattro socialisti in gara, insieme a Ségolène Royal, si sono misurati nel primo dibattito pubblico. Il tono è rimasto in prevalenza corretto, ma non sono mancati momenti di attrito.
Le frizioni più evidenti hanno riguardato l’uso della parola “genocidio” per la Striscia di Gaza e l’ipotesi di un’intesa con la sinistra radicale di Jean-Luc Mélenchon. Temi che hanno mostrato come, dentro il campo progressista, la competizione sia tutt’altro che liscia.
Una sfida dentro una crisi più ampia
Il quadro, ricorda Ollion, riguarda non solo il Partito Socialista ma l’intero sistema politico francese. A suo avviso, il moltiplicarsi delle candidature racconta il logoramento delle vecchie gerarchie, a destra come a sinistra.
Alle presidenziali di aprile-maggio 2027 i candidati già annunciati sono una trentina, con sedici provenienti dalla sinistra. Tra i possibili nomi in più circolano anche François Hollande e Dominique de Villepin, mentre il PS dovrà presto scegliere il suo unico portabandiera per l’Eliseo.
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