Milano, la violenza senza regia: il rebus dei giovani sui social
La Polizia prova a ricostruire il passaparola digitale che ha mobilitato i partecipanti, senza individuare finora una guida riconoscibile.
Il punto più inquietante, per gli investigatori, non è soltanto l’età molto bassa dei protagonisti o la loro scarsa notorietà: è l’assenza di un riferimento preciso da seguire. A Milano la violenza sembra essersi sviluppata attraverso una mobilitazione rapida, alimentata dalle reti sociali e priva di una struttura visibile.
«Abbiamo individuato l’onda. Ma non siamo in grado di dire dove andrà a infrangersi». Così un dirigente di vertice della Polizia di prevenzione descrive il quadro, ricorrendo all’immagine di una massa d’acqua difficile da prevedere e da contenere.
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Il nodo resta la mancanza di una guida
Secondo la lettura degli apparati di sicurezza, non emergono capi con cui aprire un confronto né gruppi organizzati da sorvegliare in modo tradizionale. Non risultano, inoltre, apparati incaricati di gestire o indirizzare il comportamento dei partecipanti.
È proprio questa configurazione a complicare il lavoro dello Stato. Di fronte non ci sarebbe un’organizzazione riconoscibile, ma un insieme di persone difficili da ricondurre a una catena di comando e apparentemente unite soprattutto dalla circolazione di messaggi online.
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La pista parte dal passaparola digitale
Le verifiche si concentrano sui profili che avrebbero diffuso per primi l’invito a partecipare al corteo. Gli investigatori cercano di capire da dove sia partita la convocazione e come il messaggio abbia raggiunto in poco tempo un pubblico più ampio.
I richiami utilizzati per promuovere la mobilitazione presenterebbero somiglianze con quelli comparsi in occasione delle proteste di Parigi e Tirana. Resta però da stabilire se dietro la diffusione ci sia un coordinamento effettivo oppure un passaparola privo di un centro unico.
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