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Politica 3 min di lettura3 giorni fa

Mafia, il vero allarme non sono gli arresti: chi continua a pagare

L’inchiesta di Catania riaccende il tema delle denunce e della protezione per gli imprenditori che sfidano il racket, mentre le cosche continuano a reclutare nuove leve

«Le mafie finiranno quando i giovani toglieranno loro il consenso»: le parole di Paolo Borsellino indicano una strada che va oltre arresti e condanne. Il contrasto alla criminalità organizzata, infatti, non può affidarsi soltanto alla repressione, perché il consenso sociale resta una delle risorse principali dei clan.

Su questo terreno, però, le scelte del Governo sembrano muoversi in una direzione diversa da quella indicata per anni da Borsellino, Gesualdo Bufalino, Giovanni Falcone e Carlo Alberto Dalla Chiesa. Il Ministro Valditara ha recentemente sintetizzato una priorità con l’espressione: «Evitare che i bianchi se ne vadano dalla scuola».


Il prezzo pagato da chi denuncia

La domanda centrale riguarda proprio gli imprenditori che decidono di rompere il silenzio. Le norme esistono, ma le denunce degli operatori economici sottoposti a estorsione continuano a diminuire: il problema potrebbe essere legato alle conseguenze concrete che ricadono sulla vita professionale, familiare e sociale di chi accusa i propri aguzzini.

Anche i rapporti tra le persone inserite nei programmi di protezione e l’amministrazione risultano spesso segnati da tensioni. Ridurre ogni conflitto all’idea che i protetti vogliano ottenere denaro dallo Stato significa ignorare il valore delle loro segnalazioni e il sacrificio richiesto a chi sceglie di esporsi.


Il silenzio resta la regola

Un’inchiesta coordinata dal Procuratore di Napoli Nicola Gratteri, relativa a Caivano e Casoria, ha mostrato quanto sia radicata la rassegnazione. Numerosi commercianti avrebbero versato con regolarità il pizzo in occasione di Natale, Pasqua e Ferragosto, senza rivolgersi alla magistratura; soltanto uno avrebbe deciso di interrompere quel meccanismo.

Il dato economico conferma anche l’utilità concreta delle indagini. Gratteri ha riferito che il denaro contante sequestrato nei nascondigli degli indagati, oltre 3 milioni di euro destinati al Fondo Unico Giustizia, equivaleva al costo di un anno di intercettazioni. La denuncia, dunque, non produce soltanto un risultato simbolico: può consentire allo Stato di recuperare risorse e colpire le strutture criminali.


Una storia iniziata a Lentini

Tra Lentini e Siracusa, tra gli anni ’90 e 2000, un imprenditore riuscì a costruire un’attività commerciale redditizia. Il successo attirò l’interesse di esponenti mafiosi allora giovani e ambiziosi, trascinando lui e la sua famiglia in una situazione sempre più difficile.

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All’inizio provò a mantenere un rapporto gestibile con gli emissari del clan. In seguito comprese che quell’equilibrio non poteva durare: le richieste aumentarono fino a svuotare l’impresa, che rischiava anche di diventare una copertura per operazioni di riciclaggio. La presenza mafiosa nell’economia legale seguiva così un modello di occupazione stabile e progressiva.


La protezione non cancella il trauma

L’imprenditore trovò infine la forza di raccontare tutto e di sostenere la propria denuncia anche quando, nelle prime fasi, alcuni destinatari sembravano più infastiditi che interessati. Un magistrato della Dda di Catania, dopo avere verificato a lungo date e persone, gli comunicò: «Da questo momento la sua vita è sotto la protezione dello Stato».

Per lui e per i suoi familiari cominciò un’esistenza diversa, tutelata ma segnata dall’allontanamento, dalla perdita dei rapporti quotidiani e dall’isolamento sociale. Sapere che alcuni protagonisti della nuova inchiesta erano già comparsi nella vicenda di oltre quindici anni fa riapre una ferita e alimenta il dubbio sull’utilità dei sacrifici affrontati.


Arresti importanti, allarme intatto

L’indagine più recente della Direzione distrettuale antimafia di Catania, condotta con Guardia di Finanza e Carabinieri sotto il coordinamento del Procuratore Curcio, rappresenta un risultato rilevante dello Stato. Tra le persone fermate figurano tuttavia soggetti già coinvolti nelle dinamiche criminali di quell’area siciliana da circa trent’anni, insieme a numerosi appartenenti alle generazioni più giovani.

Il quadro suggerisce che Cosa Nostra non stia vivendo una crisi di ricambio. Gli arresti possono interrompere attività e rapporti, ma senza una partecipazione più ampia degli imprenditori e senza un investimento deciso su scuola e cultura il potere mafioso rischia di riprodursi. Chi denuncia resta ancora un’eccezione, mentre il silenzio continua a offrire alle cosche spazio per riorganizzarsi.

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