Gaza, il filtro che decide chi sale sul palco: non c’entra l’IHRA
Tra festival, Pride e dibattito parlamentare emerge lo stesso meccanismo: per partecipare, in alcuni casi, non basta condividere il tema, bisogna anche allinearsi sulla lettura di Gaza.
A Granada, una scrittrice è stata esclusa dal programma dopo una richiesta arrivata dal fronte pro-Palestina. Il caso di Ariana Harwicz, però, si è rapidamente allargato oltre il festival Cultur-Alh e ha finito per riaccendere la discussione su chi stabilisce i confini del dibattito pubblico.
La vicenda si intreccia con altri episodi recenti in Italia e con il nuovo passaggio parlamentare sul ddl antisemitismo, dove il Pd ha annunciato il suo no alla Camera. Sullo sfondo resta una domanda politica e culturale: chi teme un bavaglio alla libertà di espressione punta il dito contro l’IHRA, ma i casi citati mostrano che il vero discrimine, almeno per alcuni eventi, sembra essere un altro.
Granada e il caso Harwicz
Harwicz era attesa sabato a Granada per un dialogo con Jesús Ortega, dentro una conversazione intitolata “Opporsi al mondo”. Invece non salirà sul palco: l’invito le è stato revocato pochi giorni prima dell’inizio del festival, dopo una lettera della Rete universitaria per la Palestina di Granada datata 17 settembre. Fra le oltre sessanta presenze previste, sette voci hanno poi appoggiato pubblicamente quella richiesta.
L’Università di Granada, che figura tra gli organizzatori, ha preso le distanze dalla scelta e ha ribadito che un ateneo pubblico dovrebbe restare accessibile anche a posizioni controverse. Nonostante ciò, l’appello di oltre 350 tra scrittori, giornalisti ed editori non è bastato a ribaltare la decisione. Anche John Banville ha rinunciato alla partecipazione, ma la scrittrice argentina è rimasta fuori dal festival.
Le contestazioni contro di lei ruotano intorno a una linea politica molto netta: Harwicz rifiuta il boicottaggio degli artisti israeliani, posizione che aveva già assunto anche rispetto agli artisti russi, e accusa una parte del mondo culturale di antisemitismo. In più, nega che a Gaza sia in corso un genocidio. Alla Rete universitaria ha reagito con toni duri: «Si sta avvicinando la purga di autori, registi o musicisti. Ed è l’élite culturale che chiama alla violenza in nome dell’umanesimo».
Una scrittrice al centro della polemica
Harwicz non è una figura marginale del panorama letterario. Vive da anni in Francia ed è l’autrice di “Matate, amor”, romanzo entrato nella longlist dell’International Booker nel 2018. Oggi sostiene di essere stata colpita in quanto ebrea e ha rivendicato la natura non propagandistica dei suoi libri: «I miei libri non sono propaganda. Oggi gli ebrei si stanno trasformando in emarginati».
Il criterio che pesa più della libertà
Il punto, per chi critica episodi come quello di Granada, non è il diritto di un festival di selezionare i propri ospiti. Su questo, infatti, nessuno mette in discussione la facoltà di scegliere. La questione è un’altra: quale requisito viene imposto per accedere a un palco, a una sfilata o a una piattaforma pubblica.
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A giugno, per esempio, Salerno Letteratura ha tolto a Erri De Luca il compito di aprire la manifestazione dopo che lo scrittore aveva definito «una distorsione storica e verbale» l’uso del termine genocidio per la guerra di Gaza. Al Roma Pride, invece, l’associazione ebraica Lgbtqia+ Keshet Italia era stata esclusa con il proprio carro perché non sosteneva quella stessa accusa contenuta nel documento degli organizzatori. Dopo le polemiche è arrivato un compromesso: il gruppo ha sfilato a piedi, ma senza il mezzo.
Il messaggio, secondo questa lettura, è chiarissimo: per partecipare non bastava condividere la battaglia per i diritti Lgbtqia+, bisognava aderire anche alla posizione su Gaza. È qui che si concentra la critica: il problema non sarebbe il dissenso in sé, ma il fatto che in alcuni contesti venga richiesto un allineamento preventivo su una specifica interpretazione del conflitto.
Il voto sul ddl antisemitismo
Dentro questo clima si inserisce anche la discussione politica sul disegno di legge antisemitismo che recepisce la definizione operativa dell’IHRA. Il Pd ha annunciato il voto contrario alla Camera, mentre al Senato si era astenuto; in quell’occasione sei senatori riformisti, tra cui Graziano Delrio, avevano invece votato a favore.
Delrio aveva anche presentato un proprio testo, sostanzialmente sovrapponibile a quello ora all’esame della Camera, e oggi si dice «molto amareggiato». Chi teme un’interpretazione troppo estesa della definizione chiede garanzie, ma il provvedimento già all’articolo 1 precisa che l’impegno dello Stato contro l’antisemitismo deve restare nel rispetto delle libertà costituzionali di espressione, critica politica, riunione e associazione.
La cornice istituzionale, inoltre, non nasce con l’attuale maggioranza: l’Italia ha adottato la definizione IHRA con il Consiglio dei ministri del 17 gennaio 2020, durante il governo Conte II, quando il Pd era parte dell’esecutivo. Per questo, sostiene il ragionamento degli autori del testo, è difficile trasformare la definizione nel simbolo di un bavaglio imminente al dissenso.
Harwicz a Granada, De Luca a Salerno, Keshet al Roma Pride: casi diversi, ma attraversati da una stessa domanda su chi possa parlare e a quali condizioni. L’IHRA, in questo quadro, non appare come l’unico o il principale strumento di limitazione del confronto; il nodo sembra piuttosto il filtro politico che alcuni ambienti chiedono di attraversare prima ancora di salire sul palco.
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