Classe con meno stranieri? Il nodo vero è l’effetto sui numeri
La stretta sulle classi con molti alunni di cittadinanza non italiana arriva oggi sul tavolo del Consiglio dei ministri, ma il quadro che emerge dai numeri racconta una situazione molto meno ampia di quanto possa sembrare.
L’ipotesi è quella di un decreto, anche se non manca chi guarda a un disegno di legge; nel frattempo, il confronto con il Quirinale continua su criteri e garanzie.
Il punto più delicato riguarda gli eventuali trasferimenti degli studenti verso altri istituti. I tecnici della Presidenza della Repubblica avrebbero chiesto che lo spostamento resti davvero limitato, con una distanza massima di circa due chilometri, per non comprimere il diritto alla scelta scolastica e il principio di prossimità. Valditara ha spiegato che in queste situazioni saranno previste esenzioni, mentre Giorgia Meloni spinge per chiudere in tempi rapidi.
Le classi oltre la soglia sono meno del
Sul piano concreto, il ministero stima 34 mila classi con più del 30 per cento di alunni non italiani, ma quel conteggio va letto con cautela. La regola, infatti, riguarda soltanto i nuovi iscritti nell’anno in corso e non tutti gli studenti nati all’estero, che rappresentano circa un terzo del totale: gli altri due terzi sono nati in Italia.
A restringere ancora di più il perimetro interviene un altro filtro, cioè la frequenza con profitto per due o tre anni, che esclude una parte degli alunni dal meccanismo. La discriminante decisiva, stando al ministro, sarà la conoscenza della lingua, e questo dovrebbe ridurre in modo sensibile il numero delle classi realmente coinvolte.
I dati delle grandi città cambiano il quadro
Per capire quanto il fenomeno sia esteso, Costanzo Ranci, insieme ad Andrea Parma e Marta Cordini, ha incrociato informazioni dell’Anagrafe scolastica di Milano e dell’Invalsi. L’analisi mostra che gli studenti con background migratorio si concentrano soprattutto nelle periferie delle grandi città e nel Centro-Nord.
A Milano, Venezia-Mestre e Bologna quasi un alunno delle medie su quattro, poco meno del 23 per cento, non ha il passaporto italiano. Seguono Torino con il 20,2%, Genova al 18,7% e Firenze al 16,7%. Roma si colloca all’11 per cento, mentre nel Mezzogiorno i valori si abbassano nettamente: Palermo è al 2,7% e Reggio Calabria al 6,2%.
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Milano e l’ipotesi delle scuole ghetto
Nel capoluogo lombardo 69 scuole primarie su 143 superano il 30 per cento di studenti stranieri. In una trentina di istituti, inoltre, la presenza supera la metà degli iscritti. Ma se si depurano i dati dagli alunni nati in Italia, come indicato dal ministro, la soglia non viene oltrepassata da nessuna scuola milanese: non c’è infatti un plesso con più del 30% di neoarrivati.
Alle medie il quadro è simile: i plessi con alta presenza di studenti stranieri sono 40 su 91, ma diventano appena 3 se si escludono le seconde generazioni. Ranci sottolinea che in Italia i quartieri-ghetto sono rari e, di conseguenza, sono poche anche le scuole che presentano una concentrazione davvero critica.
Il sociologo osserva però che la libertà di scelta scolastica spinge molte famiglie a orientarsi verso istituti percepiti come più omogenei. È una dinamica comprensibile sul piano individuale, ma che finisce per pesare sul sistema nel suo complesso. La sua proposta va in un’altra direzione: non inseguire il white flight con gli spostamenti, ma rafforzare le scuole del quartiere per trattenere gli italiani e alzare la qualità dell’offerta.
Quando la composizione pesa sui risultati
Il tema non riguarda solo l’organizzazione degli istituti, ma anche l’apprendimento. Secondo i dati Invalsi richiamati nell’analisi, sotto la soglia del 30 per cento non emergono effetti significativi né in italiano né in matematica rispetto alle classi con un livello socio-economico simile.
Oltre quel limite, però, i risultati iniziano a calare. Quando la presenza di studenti stranieri arriva al 50 per cento o più, il peggioramento diventa marcato e supera di oltre dieci punti. È su questa frattura che si concentra ora il tentativo del governo di trovare una mediazione politica e tecnica.
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