Moto connesse, il rischio è nel telefono: chi vede i tuoi percorsi
Un’indagine statunitense mostra come vetture e applicazioni raccolgano dati personali, una dinamica che coinvolge anche chi viaggia sulle due ruote.
Chi utilizza un’app per collegare la moto allo smartphone dovrebbe controllare con attenzione autorizzazioni e condizioni d’uso. Disattivare gli invii non indispensabili può ridurre la quantità di informazioni condivise; in Europa, inoltre, il GDPR e il Data Act, in vigore dal settembre 2025, riconoscono agli utenti maggiori diritti sui dati prodotti dai dispositivi connessi.
Anche la moto lascia una traccia digitale
Per molte motociclette il collegamento alla rete non avviene tramite una scheda telefonica integrata. A fare da ponte è lo smartphone, connesso via Bluetooth alle applicazioni ufficiali dei costruttori come Ducati Link, BMW Motorrad Connected, Y-Connect di Yamaha, RoadSync di Honda, KTMconnect e MyTriumph.
Questi strumenti possono registrare itinerari tramite GPS, associare il numero di telaio a un indirizzo di posta elettronica e raccogliere informazioni sul comportamento alla guida, comprese accelerazioni e frenate. Proprio per questo, secondo i ricercatori, l’applicazione mobile rappresenta il passaggio più delicato dell’intero sistema: anche senza una SIM installata sulla moto, i dati possono uscire dal controllo diretto dell’utente.
Il consenso non chiude la questione
Le aziende automobilistiche sostengono che l’automobilista autorizzi il trattamento delle informazioni durante la registrazione del veicolo. Il problema è che, in alcuni casi, il rifiuto può limitare le funzioni disponibili: Tesla avverte esplicitamente che negare la condivisione potrebbe rendere la vettura inutilizzabile.
Dopo la pubblicazione dei risultati, Honda ha chiesto al proprio fornitore Amplitude di eliminare tutte le informazioni sulla posizione già raccolte e ha modificato la relativa applicazione. Tra le contromisure suggerite dagli studiosi ci sono la lettura delle autorizzazioni prima dell’installazione e la disattivazione delle condivisioni superflue. In alternativa, resta la vecchia carta geografica, che non trasmette percorsi a nessuno.
Le applicazioni raccolgono più informazioni
Il quadro più preoccupante riguarda i programmi per smartphone. Ventotto applicazioni su 30 hanno inviato dati ad almeno una società attiva nella pubblicità o nell’analisi, mentre sette hanno comunicato elementi capaci di identificare direttamente il proprietario.
HondaLink, MyNissan, Lincoln e le quattro applicazioni del gruppo GM — myCadillac, myChevrolet, myBuick e myGMC — collegavano il numero di telaio all’indirizzo di posta elettronica o alla posizione esatta. Una combinazione del genere consente a un intermediario di dati di unire l’identità del conducente a profili commerciali già esistenti, potenzialmente utilizzabili da compagnie assicurative e società finanziarie.
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I destinatari oltre i costruttori
Nell’elenco dei soggetti che hanno ricevuto informazioni figurano Amazon, Google, Meta, Microsoft, Adobe e Acxiom. Il passaggio dei dati verso domini esterni non è stato però uguale per tutti i veicoli: l’indagine ha rilevato differenze legate anche alla piattaforma tecnologica installata a bordo.
Le vetture equipaggiate con Android Automotive e i servizi Google hanno mostrato il traffico esterno più consistente. In questi casi, l’architettura scelta dal produttore contribuisce a stabilire in anticipo quali informazioni vengano trasferite fuori dall’ambiente del costruttore.
La prova dentro una tenda schermata
A realizzare l’analisi sono stati i ricercatori della Northeastern University di Boston insieme a Consumer Reports. Il lavoro, pubblicato alla fine di settembre 2026, ha esaminato 21 automobili appartenenti a 19 marchi, con anni di produzione compresi tra il 2022 e il 2025.
Ogni vettura è stata isolata in una tenda schermata costruita sulla pista di prova di Consumer Reports, in Connecticut. L’assenza di segnale cellulare in entrata e in uscita ha costretto le automobili a usare soltanto la rete senza fili, monitorata dagli studiosi con un Raspberry Pi; le 30 applicazioni ufficiali sono state invece testate anche per funzioni come localizzazione, consultazione della manutenzione e apertura del bagagliaio.
Diciannove auto hanno contattato terzi
Il monitoraggio ha mostrato che 19 vetture su 21 hanno raggiunto almeno un dominio non appartenente al costruttore. In 11 casi il contatto ha coinvolto almeno un dominio riconducibile a pubblicità, tracciamento o analisi del comportamento.
Tesla Model 3 e Cybertruck sono risultate le automobili più comunicative, seguite da Cadillac Lyriq, Lucid Air e Chevrolet Blazer. Mercedes EQS, Range Rover, Nissan Ariya e Fiat 500e non hanno invece registrato contatti pubblicitari. Il test riguarda modelli venduti negli Stati Uniti, ma il meccanismo osservato può ripresentarsi anche sulle moto quando l’applicazione trasferisce altrove i dati prodotti durante l’uso.
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