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Motori 5 min di lettura1 ott

Auto, il cliente frena: tecnologia e strategie non convincono

L’auto guida la classifica dei comparti più esposti ai cambiamenti, mentre le preferenze dei consumatori mettono in discussione alcune scelte dell’industria

Il consumatore sembra avere le idee più definite di molte aziende automobilistiche: preferisce tecnologie già mature, non accoglie con entusiasmo gli abbonamenti a bordo e continua a guardare con interesse ai motori termici o ibridi. È questo il principale elemento emerso dall’edizione 2026 dell’AlixPartners Disruption Index, presentata il 1° ottobre 2026 durante l’illustrazione del 6° Aftermarket Report di SICURAUTO.it.


Il cliente mette un freno all’innovazione

Sul prossimo acquisto, il 48% degli intervistati a livello globale sceglierebbe una vettura con motore termico, mentre il 20% opterebbe per un’ibrida ricaricabile, il 17% per un’ibrida e il 15% per un’elettrica. Considerando insieme le alimentazioni tradizionali e quelle ibride, quasi due persone su tre restano quindi orientate verso soluzioni diverse dall’elettrico puro.

Le differenze tra i mercati sono marcate. Negli Stati Uniti la quota relativa al motore termico raggiunge il 76%; in Germania e Francia arriva al 58%, mentre in Italia si ferma al 42%, con un 30% di preferenze per le ibride ricaricabili. La Cina rappresenta il caso più favorevole alle elettriche, indicate dal 43% del campione, anche se circa il 60% degli intervistati sceglie ancora un’alimentazione termica o ibrida.

Il prezzo è il principale ostacolo alla diffusione delle auto elettriche: lo indica il 37% dei consumatori nel mondo. La percentuale sale al 56% in Francia, al 47% in Italia, al 46% negli Stati Uniti e al 40% in Germania; in Cina, invece, si limita all’8%. Il dato suggerisce che la transizione non dipende soltanto da norme e nuove tecnologie, ma anche dalla capacità dell’industria di proporre veicoli economicamente accessibili.


Tecnologia, meglio senza eccessi

Anche sul livello di automazione le aspettative appaiono più prudenti rispetto alla direzione imboccata da una parte dell’industria. Il 42% degli intervistati considera sufficiente il livello 1, il 28% indica i livelli 2 e 3, mentre il 21% si ferma al livello 0. Soltanto il 10% ritiene adeguati i livelli 4 o 5. In Cina la quota di chi preferisce le automazioni più avanzate raggiunge il 24%, contro valori compresi tra il 5% e l’8% negli altri Paesi; qui la motivazione principale è soprattutto il comfort, più che la sicurezza.

La stessa cautela emerge dall’interfaccia digitale. Il 33% degli utenti vorrebbe un equilibrio tra comandi fisici e schermi tattili, il 20% preferisce soprattutto questi ultimi e il 16% continua a scegliere principalmente i pulsanti tradizionali. Per il 57% del campione, il navigatore resta comunque la tecnologia di bordo più importante.

Le funzioni attivate attraverso un abbonamento non suscitano un consenso generalizzato. Il 48% dichiara che non modificano il proprio interesse verso l’auto, mentre il 38% afferma che lo aumentano e il 15% che lo riducono. Le formule più accettate riguardano sicurezza, sistemi avanzati di assistenza alla guida e connettività; soltanto in Germania e negli Stati Uniti prevalgono le funzioni legate al comfort, come i sedili riscaldati.


L’auto è il comparto più esposto

Mentre i consumatori mostrano preferenze abbastanza nette, le imprese descrivono un quadro di forte instabilità. Nell’indice 2026 l’automotive ottiene 73 punti su 100, lo stesso risultato della distribuzione e il valore più alto tra i comparti analizzati. Seguono aerospazio e difesa con 72 punti, media e intrattenimento e servizi finanziari con 71, salute e telecomunicazioni con 70, energia con 69, tecnologia con 67 e beni di consumo con 65.

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La ricerca, giunta alla settima edizione, ha coinvolto 3.200 dirigenti: 320 per ciascuno dei 10 settori esaminati. Il campione comprende Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Svizzera, Cina, Giappone, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Gli intervistati hanno un’età compresa tra 25 e 65 anni, ricoprono incarichi almeno direttivi e lavorano in aziende con ricavi di almeno 100 milioni di dollari; nella metà dei casi il fatturato supera il miliardo.

La pressione investe tutti i principali segmenti della filiera. Il valore più elevato riguarda flotte e mobilità condivisa, con 81 punti, seguite da concessionari e servizi, entrambi a quota 79, ricambi a 78, case automobilistiche a 77 e fornitori a 75. Il 77% dei dirigenti ritiene inoltre necessario ricevere un sostegno maggiore per affrontare questa fase.


Strategie fragili e ostacoli interni

La difficoltà più citata è la resistenza al cambiamento, indicata dal 41% dei manager. Subito dopo arrivano l’assenza di una direzione strategica sufficientemente chiara, al 40%, e la scarsità di risorse finanziarie, al 38%. Le aziende devono infatti sostenere la concorrenza di nuovi operatori e, nello stesso tempo, finanziare lo sviluppo di veicoli elettrici e sistemi avanzati di assistenza alla guida.

Le criticità variano in base al comparto. Per case automobilistiche e fornitori il problema principale è la strategia poco definita, segnalata dal 44% degli intervistati in entrambi i gruppi. Tra concessionari, ricambi, servizi e flotte pesa invece soprattutto il disallineamento della leadership: rispettivamente 51%, 48% e 56%. Nel settore delle flotte il 40% lamenta anche un sostegno insufficiente da parte dei vertici aziendali. Le difficoltà tecnologiche, al contrario, vengono indicate meno spesso, con percentuali comprese tra il 9% e il 17%.


Il marchio conserva il suo peso

La progressiva omologazione del prodotto non ha cancellato il valore dei marchi. Le origini e la reputazione di un costruttore continuano a richiamare attributi precisi, a partire dalla qualità. Nella rilevazione sui consumatori, i marchi cinesi sono quelli che vengono esclusi più frequentemente: la quota è del 47% in Francia, del 39% in Germania, del 36% in Italia e nel Regno Unito e del 51% negli Stati Uniti. In Cina la percentuale scende invece al 17%.

I marchi tedeschi vengono evitati da quote molto più contenute, comprese tra il 7% e il 20% a seconda del Paese. La reputazione associata alla qualità tedesca resta quindi un elemento rilevante nel posizionamento dei costruttori occidentali, proprio mentre l’industria deve confrontarsi con una domanda più selettiva e con trasformazioni sempre più rapide.

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