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Motori 3 min di lettura5 ott

600 km in moto: la HAT 2026 che ha unito Dutto e Doris

Un viaggio da Sanremo a Sestriere tra pietraie, dislivelli e stanchezza ha trasformato una sfida motociclistica in un’esperienza condivisa, fatta di risate e amicizia

La parte più sorprendente della HAT 2026 non è soltanto nei quasi 600 chilometri percorsi tra Sanremo e Sestriere, né nelle ore trascorse sulle strade sterrate alpine. È nel modo in cui Nicola Dutto e Massimo Doris hanno vissuto il viaggio: comunicando senza sosta via interfono, condividendo ogni difficoltà e arrivando al traguardo con la stessa priorità, divertirsi e tornare a casa interi.


L’interfono ha cambiato il viaggio

Durante il percorso, il dispositivo non è servito soltanto a segnalare una curva o un passaggio impegnativo. Battute, commenti sui panorami e reazioni alle sezioni più dure hanno accompagnato i due motociclisti per gran parte dell’itinerario, rendendo comune ogni momento dell’avventura.

Doris ha spiegato che proprio quella comunicazione continua ha permesso di vivere davvero l’esperienza insieme: senza potersi parlare, molte sensazioni sarebbero rimaste legate soltanto al ricordo individuale. Al termine, Dutto ha riassunto il bilancio con una battuta: «Non ho un muscolo che non mi faccia male, compresi quelli del sorriso».


Quasi un giorno tra polvere e rocce

La tratta della Classic ha collegato Sanremo a Sestriere lungo un itinerario di circa 600 chilometri, con sterrati in quota, passaggi tecnici e alcuni dei paesaggi più suggestivi delle Alpi. La partenza ha aperto una marcia durata poco più di 24 ore, prima dell’arrivo nella località piemontese.

Doris aveva messo in conto la lunga permanenza in sella, ma ha ammesso di aver valutato al ribasso la fatica fisica. Le vibrazioni e la distanza si sono fatte sentire, anche se la bellezza dei luoghi ha spesso spinto entrambi a continuare nonostante la stanchezza. Tra i ricordi più intensi sono rimasti una sezione con sassi smossi e pietre e gli ultimi chilometri verso Sestriere, accompagnati da panorami che Doris, appassionato di montagna, ha definito incredibili.


Due percorsi lontani, stessa passione

Dutto frequenta la HAT fin dalla prima edizione del 2009 e ha seguito la crescita della manifestazione, ormai diventata un appuntamento centrale per chi ama viaggiare in fuoristrada. Nel suo racconto, l’evento conserva qualcosa del rally — navigazione, lunghe distanze e anche tratti affrontati tra il giorno e la notte — ma senza l’assillo del risultato.

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Per Doris, invece, il ritorno deciso alle moto tassellate è arrivato grazie proprio a Dutto. Da ragazzo aveva iniziato con una Honda 125 quattro tempi, poi aveva lasciato spazio all’automobile, agli impegni e alla bicicletta. Dopo aver ripreso a guidare una KTM soprattutto su strada, un’uscita in Piemonte con l’amico, su una moto prestata e con gomme adatte allo sterrato, lo ha convinto a dedicarsi nuovamente all’enduro.


La moto come libertà

Le esperienze dei due restano diverse, ma il punto d’incontro è diventato evidente. Dutto arriva dall’enduro e dalle competizioni, mentre Doris guida una grande realtà finanziaria come amministratore delegato di Banca Mediolanum; quando salgono in sella, però, le distanze tra i loro mondi si riducono.

Per Dutto, anche dopo il grave incidente che ha segnato la sua vita, la moto continua a rappresentare una forma essenziale di libertà. «Quando sono in moto mi sento veramente libero», ha raccontato, spiegando che prima di ogni gara restano adrenalina e timore, sensazioni che scompaiono nel momento della partenza. Oggi affronta la guida con meno pressione sul risultato e maggiore attenzione al piacere dell’esperienza.

Alla fine, il giudizio sull’edizione 2026 è arrivato con parole semplici. «Ci siamo divertiti, siamo tutti interi», ha detto Doris. Dutto ha indicato proprio questo come l’obiettivo principale, lasciando intendere che per lui la HAT farà ancora parte del calendario: il prossimo anno, il problema sarà trovare in anticipo uno spazio anche nell’agenda dell’amico.

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