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Lifestyle 3 min di lettura1 ora fa

Zuncheddu è libero, ma senza risarcimento: «Lo Stato ci dimentica

Dopo 33 anni trascorsi in carcere da innocente, Beniamino Zuncheddu prova a ricostruire la propria vita e porta avanti una battaglia per chi subisce errori giudiziari.

A quasi due anni dalla scarcerazione, Beniamino Zuncheddu sta ancora imparando a vivere da uomo libero. Ha 61 anni, si affida alla famiglia per le necessità quotidiane e attende un risarcimento che, secondo quanto gli è stato comunicato, potrebbe arrivare soltanto tra cinque e otto anni. Intanto la sua vicenda è diventata il film Zustissia, diretto da Francesco Piras, con l’avvocato Mauro Trogu tra i protagonisti della storia.


La libertà non cancella il tempo perduto

Zuncheddu ha trascorso 33 anni in prigione dopo essere stato accusato della strage di Sinnai, nella quale morirono tre persone. Oggi riconosce di sentirsi moralmente risarcito perché la verità è emersa, ma sottolinea che nessuna somma può restituirgli la vita sottratta e le ferite provocate dall’accusa.

«Zero», risponde quando gli viene chiesto quanto abbia ricevuto dallo Stato. Racconta di non poter contare su un lavoro e di dover chiedere denaro ai fratelli o al cognato anche per una semplice uscita. Da qui nasce la raccolta di firme per ottenere un sostegno economico minimo e immediato a favore delle persone incarcerate ingiustamente, così da permettere loro di ripartire senza attendere anni.


La battaglia continua dopo il carcere

Durante la detenzione Zuncheddu ha lavorato soprattutto come falegname e, grazie all’articolo 21, in alcuni bar e ristoranti. Tuttavia, spiega, i guadagni erano ridotti e dovevano coprire anche diverse spese interne all’istituto, compreso un costo mensile di 112 euro. Per questo, sostiene, chi esce dal carcere spesso si ritrova con meno risorse di quando vi è entrato.

La sua prima reazione dopo la liberazione è stata incredula: temeva che qualcosa potesse cambiare all’ultimo momento. Ora conduce una vita più serena accanto ai familiari, ha ripreso peso e mangia meglio, ma la rabbia torna ancora. «Se ti abbandoni, non combatti più», dice, spiegando di voler restare attivo sia per ottenere il risarcimento sia per sostenere chi ha subito un’ingiustizia simile.


Un mondo nuovo da imparare

Fuori dal carcere ha trovato una società profondamente cambiata. I rapporti personali, racconta, passano quasi sempre dal telefono e dai messaggi, mentre lui usa il dispositivo soprattutto per chiamare e rispondere. «Io osservo e cerco di imparare, ma mi sembra tutto nuovo», racconta, notando anche quanto spesso le persone si disperino per problemi che a lui appaiono secondari.

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La fede e la speranza lo hanno aiutato nei momenti più difficili. In prigione aveva trovato un’immagine di Santa Rita vicino ai rifiuti e l’aveva collocata in un punto visibile; quando il vento l’aveva portata via, si era messo a cercarla. In seguito aveva scoperto che Trogu, il legale che lo ha assistito, era nato proprio nel giorno dedicato alla santa degli impossibili.


L’accusa nata da un riconoscimento alterato

La vicenda ebbe inizio il 28 febbraio 1991, quando alcuni agenti andarono a casa sua mentre guardava il Festival di Sanremo e lo portarono in caserma per quelli che gli erano stati presentati come semplici accertamenti. Luigi Pinna, unico superstite della strage di Sinnai, lo aveva indicato come responsabile, ma 33 anni più tardi è emerso che l’identificazione era stata condizionata: un poliziotto gli avrebbe suggerito il nome di Zuncheddu e mostrato in precedenza una sua fotografia.

Dopo la scarcerazione, l’ex detenuto aveva commentato con ironia che quegli accertamenti erano durati 33 anni. Non nutre invece rancore verso Pinna, che considera una vittima due volte: prima della violenza subita e poi di una testimonianza maturata, a suo giudizio, in uno stato di shock e confusione.


Il dubbio come garanzia di giustizia

Zuncheddu attribuisce la responsabilità principale al poliziotto coinvolto nell’identificazione, perché chi deve proteggere i cittadini dovrebbe agire nel rispetto della legge e della coscienza. Non mette in discussione il ruolo delle forze dell’ordine, ma chiede che ogni incarico venga svolto con rigore.

A suo avviso, nel suo caso è mancata soprattutto la cautela. «Se non c’è dubbio non c’è giustizia», afferma, ricordando di non aver mai messo in discussione la propria innocenza, mentre altri avrebbero rinunciato a interrogarsi sulla solidità dell’accusa. La realizzazione di Zustissia riporta ora quella storia al centro dell’attenzione, insieme alla richiesta di riconoscere un aiuto concreto a chi torna libero dopo una condanna ingiusta.

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