Virginie Viard, il conto aperto con Chanel e il fantasma di Karl
Nel libro Un regard, une vie chez Chanel, l’ex direttrice creativa ripercorre l’uscita dalla maison e il rapporto trentennale con Lagerfeld, tra dolore, dipendenza e richiesta di riconoscimento.
Il libro di Virginie Viard non è il regolamento di conti che molti nel mondo della moda attendevano. È piuttosto il ritratto di una professionista convinta di essere stata rimossa dalla storia di Chanel, proprio dopo averne guidato la creatività per cinque anni. Al centro del racconto ci sono l’addio alla maison nel giugno 2024, il peso dell’eredità di Karl Lagerfeld e la difficoltà di trovare una voce autonoma accanto a una figura tanto ingombrante.
Pubblicato durante la Settimana della Moda di Parigi, Un regard, une vie chez Chanel sceglie una scrittura diretta e senza ornamenti. Le indiscrezioni sull’uscita di scena restano in gran parte fuori campo, mentre prende forma la vicenda personale di una donna che teme di essere trasformata in una parentesi.
La ferita dell’addio a Chanel
La storia comincia il 5 giugno 2024, quando Viard incontra a pranzo uno dei proprietari di Chanel, il cui nome non viene indicato. Dopo una presentazione della collezione Cruise a Marsiglia giudicata deludente, l’uomo le comunica con tono dimesso la decisione della maison: «Ci fermiamo qui». Il giorno seguente, gli oggetti dell’ex direttrice artistica vengono riconsegnati dentro alcuni scatoloni.
Poche settimane più tardi, durante la sfilata dell’alta moda all’Opéra Garnier, il suo nome non compare più. La collezione viene attribuita allo «studio». Viard, tuttavia, non chiarisce quali critiche abbiano condotto alla separazione, né fornisce dettagli sugli aspetti economici dell’accordo. La famiglia Wertheimer viene citata con prudenza e Bruno Pavlovsky, responsabile delle attività legate alla moda, appare soltanto una volta.
Il dolore più forte arriva dalla sensazione di essere stata cancellata. Un articolo che ricostruisce il passato di Chanel attraverso Gabrielle Chanel, Lagerfeld e il futuro affidato a Matthieu Blazy definisce gli anni di Viard un semplice intervallo. La parola la colpisce perché suggerisce un tempo privo di valore, collocato tra due momenti davvero importanti.
Per reagire a quella definizione, il volume viene organizzato in cinque atti dedicati alla sua esperienza. Il passaggio chiamato «Intervallo», invece, è riservato a Lagerfeld: una scelta che rivela quanto il ricordo dello stilista continui a occupare il centro della sua identità professionale.
Karl Lagerfeld resta il riferimento
Con Lagerfeld, Viard ha lavorato per circa trent’anni. Nel libro racconta anche la fragilità degli ultimi mesi dello stilista, le sue abitudini alimentari e alcune manie private, compreso il modo in cui preparava piccole porzioni di proteine durante la dieta che lo portò a perdere più di quaranta chili in un anno. Sono dettagli intimi che convivono con una descrizione molto più vaga del loro metodo di lavoro.
Viard si definisce l’elemento indispensabile del sistema creativo di Karl: lui forniva disegni, suggestioni e idee, mentre lei li trasformava in indicazioni operative per gli atelier. Parla di una «super coppia creativa», sorretta da ammirazione reciproca e da una dipendenza mai dichiarata apertamente. La sua morte, avvenuta nel febbraio 2019, la lascia senza il principale interlocutore.
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Il confronto tra i due mette in evidenza anche le differenze. Lagerfeld poteva delineare un abito con pochi segni di matita; Viard ammette di non saper disegnare e di costruire le collezioni attraverso collage, immagini e dettagli raccolti insieme ai team degli atelier. Lui aveva trasformato la propria immagine pubblica in parte integrante del lavoro, mentre lei ha sempre preferito evitare interviste e apparizioni.
Secondo Viard, proprio questa difficoltà nel raccontare le proprie collezioni potrebbe averne indebolito la ricezione. «Quando non si sa spiegare quello che si fa, sono gli altri a definirlo al posto tuo», osserva. Nel suo giudizio retrospettivo, quei lavori erano «sublimi» e «così potenti», ma non sarebbero riusciti a fissarsi nell’immaginario collettivo anche perché la loro autrice non seppe presentarli al pubblico.
La lettera più personale
Il capitolo dedicato a Lagerfeld assume la forma di una lunga lettera indirizzata al suo «carissimo Karl». In tredici pagine riaffiorano affetto, gratitudine, risentimento e dipendenza, insieme ai ricordi di una relazione professionale nella quale Viard si è sentita spesso indispensabile e, allo stesso tempo, ferita.
La stilista ricorda episodi in cui altri avrebbero presentato come propri risultati ai quali lei aveva contribuito in modo decisivo. Tra questi cita Amanda Harlech, figura vicina a Lagerfeld, che secondo il suo racconto illustrava ai giornalisti le collezioni con un ruolo che Viard considerava sproporzionato rispetto al lavoro svolto.
Il libro mostra anche il mondo privilegiato della maison come una consuetudine quotidiana: viaggi organizzati da Chanel, alberghi esclusivi, aerei privati, automobili di lusso e cene raffinate vengono descritti senza particolare distanza. La stessa Viard racconta di amare la ripetizione e di condurre una vita regolata da abitudini fisse, quasi protetta dal rumore esterno.
Nel finale della lettera, la rabbia sembra lasciare spazio alla malinconia. Il legame con Lagerfeld non viene risolto né archiviato: resta il punto attorno al quale Viard prova a ricostruire il proprio posto nella storia di Chanel, chiedendo che i suoi anni alla guida della maison non siano trattati come un semplice passaggio tra due epoche.
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