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Lifestyle 4 min di lettura44 min fa

Virgilio Sieni porta la danza tra guerra e inclusione

Virgilio Sieni presenterà il 3 novembre al TPE Teatro Astra di Torino Preghiera.

Virgilio Sieni presenterà il 3 novembre al TPE Teatro Astra di Torino Preghiera. Tempi di guerra, spettacolo inedito destinato poi a un tour.

Il coreografo ha costruito il lavoro attorno a corpi diversi per età, abilità ed esperienza. La sua idea di danza contemporanea non coincide con l’esibizione di fisici giovani e allenati: ogni limite può diventare una forma di ricerca.

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Corpi oltre la prestazione

L’apertura verso interpreti lontani dai modelli atletici si è chiarita per Sieni dopo Osso, il duetto realizzato con il padre nel 2005. Da allora il coreografo ha guardato con maggiore attenzione alle strategie elaborate da chi si muove in modo non convenzionale, compreso chi non utilizza una gamba.

Secondo Sieni, l’età non dovrebbe essere valutata con i parametri della prestazione fisica. A 60 anni non si possono ripetere gli scatti dei 20, ma l’esperienza consente qualità che da giovani non si riescono ancora a immaginare.

La stessa attenzione per il corpo attraversa il progetto Grand Tour Toscana, pensato come percorso triennale aperto alla partecipazione dei singoli. Tra le iniziative promosse dal coreografo figurano anche Braille, rivolto alle persone non vedenti, e Cerimonia, rito collettivo sviluppato nelle comunità del Belice colpite dal terremoto di 58 anni fa.


Una preghiera senza religione

Preghiera. Tempi di guerra nasce dall’incontro tra il saggio della psicoanalista Gabriella Ripa di Meana, Tempi di guerra, e la ricerca scenica di Sieni. In scena ci saranno sei danzatori, accompagnati dalle musiche eseguite dal vivo da Franz Martin Ascari.

Il lavoro chiede agli interpreti di mettere da parte automatismi e protagonismo individuale. L’ascolto reciproco diventa la condizione per prepararsi all’incontro e alla collaborazione. «La preghiera collettiva ha la caratteristica dell’unisono», ha spiegato Sieni, chiarendo che l’unisono non significa imporre il proprio io, ma entrare in relazione.

Il pubblico, nella sua visione, viene invitato a partecipare idealmente a un gesto comune. La danza assume così il valore di una preghiera laica, fondata sul silenzio e sulla capacità di ascoltare, più che sull’affermazione di una convinzione religiosa.


Il conflitto dentro di noi

Di fronte alla guerra, la danza non può modificare nell’immediato gli equilibri politici, ma può favorire solidarietà, sostegno e prossimità. Per Sieni, la pace non è una parola astratta: richiede un percorso personale e una trasformazione condivisa.

La lettura freudiana proposta da Ripa di Meana individua nei conflitti tra popoli la proiezione, sul nemico, della parte oscura che ciascuno rifiuta di riconoscere. Sieni chiama questa componente “l’intruso”: qualcosa che inquieta e che si preferirebbe tenere fuori dalla propria identità.

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Accettare quella presenza, sostiene il coreografo, permette di avvicinarsi all’estraneo, allo straniero, alla persona diversa o con disabilità. Il contatto con ciò che non conosciamo mantiene aperta la capacità di apprendere e di cambiare. «Più ti irrigidisci per preservare ciò che hai conquistato, più rischi di condannarti al declino», ha detto riferendosi alle politiche di chiusura delle destre.


La danza come resistenza

Per Sieni il movimento non è soltanto intrattenimento. Danzare significa introdurre gesti nuovi e mettere in discussione schemi già acquisiti. Anche chi pensa di non avere ritmo o di non riuscire a coordinare due movimenti può cambiare idea dopo il primo approccio.

Questa concezione appartiene a una ricerca che il coreografo ha sempre considerato poetica e civile. La rassegna La democrazia del corpo, ideata vent’anni fa, nasce dall’idea che ogni parte del corpo contribuisca al funzionamento dell’insieme: persino il gesto più ampio dipende da muscoli minimi, che non possono essere trascurati.


Dalla pittura alla coreografia

Sieni, nato nelle campagne di Montespertoli, vicino a Firenze, compirà 70 anni il 26 gennaio. Al liceo artistico copiava i dipinti di Piero della Francesca e considera il Battesimo di Cristo conservato alla National Gallery di Londra una presenza decisiva nella propria formazione.

Da ragazzo praticava calcio, boxe e aikido, mentre la danza non lo attirava. L’incontro con il teatro di ricerca, al Rondò di Bacco di Firenze, lo avvicinò alle esperienze del Living Theatre e ai primi lavori di Bob Wilson.

Una lezione suggerita dall’insegnante Traut Streiff Faggioni cambiò il suo percorso. Dopo una prima fuga davanti alle allieve in tutù, Sieni tornò a frequentare le lezioni e iniziò rapidamente a dare indicazioni agli altri partecipanti. Nel frattempo studiava Architettura, interessato al rapporto tra spazio e luce.

L’incontro con Katie Duck lo portò ad Amsterdam, dove collaborò con lei e seguì i corsi della Scuola per lo sviluppo della nuova danza. A New York conobbe Steve Paxton, dal quale ricavò l’attenzione per l’ascolto profondo della colonna vertebrale, e Trisha Brown, legata al rilascio delle tensioni.

Un soggiorno in Giappone gli fece conoscere Shintaido, disciplina che unisce elementi delle arti marziali, respirazione e voce. Nel 1992 Sieni fondò la propria compagnia. In seguito diresse la Biennale di Venezia scegliendo titoli come Abitare il mondo, nel 2013, e Mondo Novo, nel 2014.

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