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Lifestyle 2 min di lettura1 ora fa

Vance, il sussidio per restare a casa riaccende il caso delle madri

La proposta allo studio dell’amministrazione Trump destinerebbe ai nuclei più poveri fondi sottratti agli aiuti per gli asili, con possibili effetti sull’autonomia economica femminile.

La proposta sostenuta dal vicepresidente statunitense J. D. Vance dovrebbe offrire un aiuto economico alle famiglie più in difficoltà, ma apre una domanda decisiva: chi sarebbe davvero spinto ad abbandonare il lavoro per occuparsi dei figli? Il testo non indica che debbano essere le donne a rinunciare all’occupazione, tuttavia la struttura dell’intervento sembra andare proprio in quella direzione.

Il piano, arrivato all’esame dell’amministrazione Trump, nasce anche dall’assenza negli Stati Uniti di un sistema nazionale di congedi parentali. L’ipotesi prevede di sostenere il genitore della coppia che scelga di restare a casa, ma le conseguenze potrebbero pesare soprattutto sulle lavoratrici con impieghi precari, a tempo parziale o meno remunerati.

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Il sostegno rischia di diventare una scelta obbligata

Nelle famiglie con redditi ridotti, infatti, è spesso la donna a guadagnare meno. Di fronte a un incentivo economico, sarebbe quindi più probabile che sia lei a lasciare il posto, sacrificando lo stipendio e una parte della propria indipendenza per assumere il lavoro di cura non retribuito.

La misura viene letta come coerente con una visione conservatrice della famiglia, nella quale la divisione tradizionale dei ruoli torna a essere centrale. In questa prospettiva, l’aiuto pubblico non rafforzerebbe la libertà di scelta, ma potrebbe aumentare la dipendenza delle mogli dai mariti e rendere più difficile la permanenza delle madri nel mercato del lavoro.


I fondi arriverebbero dagli asili nido

A rendere il progetto ancora più controverso è la provenienza delle risorse. Il denaro verrebbe sottratto al Fondo per l’assistenza e lo sviluppo dell’infanzia, una dotazione federale da 12 miliardi di dollari istituita negli anni Novanta, durante la presidenza di Bill Clinton, per aiutare soprattutto le famiglie del ceto medio a sostenere il costo degli asili nido.

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Oggi circa l’80 per cento delle 870mila famiglie che ricevono quei sussidi è formato da genitori soli che lavorano, in prevalenza madri. Le donne rappresentano inoltre circa l’80 per cento dei genitori soli: proprio quelle persone rischierebbero di perdere sostegni essenziali, mentre il nuovo beneficio non sarebbe destinato né a loro né alle coppie non sposate.


Una ricetta già contestata altrove

Il meccanismo solleva anche dubbi sul risultato promesso. In altri Paesi, misure simili hanno ridotto le risorse disponibili per gli asili senza produrre, secondo quanto riportato nell’analisi, un aumento delle nascite.

Il progetto finirebbe così per spostare il peso della cura dai servizi pubblici alle famiglie e, all’interno delle famiglie, soprattutto alle donne. Un intervento presentato come sostegno alla genitorialità potrebbe quindi trasformarsi in un incentivo a lasciare il lavoro, con conseguenze durature sull’autonomia economica femminile.

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