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Lifestyle 4 min di lettura2 ore fa

Una sedia vuota contro la solitudine: la rete nata dal dolore di Dean

Dopo la morte dell’amico Rob, Dean Perryman ha trasformato un gesto solitario al pub in una comunità internazionale capace di creare legami autentici.

«Prima di Rob non avevo mai affrontato il lutto e la depressione in modo così profondo. Poi mi sono ritrovato a parlarne apertamente, sera dopo sera. Ho iniziato questo progetto per sostenere gli altri, ma in qualche modo ha aiutato anche me». Dean Perryman racconta così il significato più intimo di Empty Chairs, l’iniziativa nata dopo il suicidio del suo migliore amico e oggi presente in oltre 25 Paesi.

A 30 anni, Dean ha da poco cambiato città e proprio grazie a queste serate ha trovato nuove persone con cui condividere il quartiere e momenti di vita quotidiana. Nel frattempo, attorno all’idea delle sedie vuote sono nate amicizie e anche alcune coppie, sebbene lui preferisca non presentarla come un’attività dedicata agli incontri sentimentali.

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Un progetto diventato comunità

Il movimento è cresciuto rapidamente: più di 2.000 appuntamenti sono stati organizzati in diverse parti del mondo. La rete più numerosa fuori dal Regno Unito si trova tra Australia e Nuova Zelanda, territori nei quali, secondo Dean, la consuetudine di incontrarsi nei pub è simile a quella britannica.

Empty Chairs opera senza scopo di lucro e si finanzia attraverso donazioni spontanee. La realtà sta valutando anche collaborazioni con altre organizzazioni, ma il fondatore precisa che ogni proposta viene esaminata con attenzione, perché l’iniziativa si basa su una vicenda personale delicata e su un messaggio contro l’isolamento sociale.


Il pub come luogo sicuro

Nel gruppo dei volontari ci sono persone che hanno attraversato periodi complessi oppure hanno perso amici maschi per suicidio. Dean ritiene che molti uomini abbiano meno occasioni per creare relazioni fuori dagli schemi consueti: chi non pratica sport, per esempio, può avere più difficoltà a inserirsi in un gruppo.

Il pub offre un ambiente familiare, ma le serate permettono di parlare con chiunque, senza imporre un modello preciso di comportamento. Dean ha respinto l’idea di trasformare Empty Chairs in un’iniziativa riservata agli uomini: partecipano persone tra i 20 e i 60 anni, con esperienze e punti di vista differenti.


Da una perdita a un gesto semplice

Rob e Dean si erano incrociati più volte durante l’università senza conoscersi davvero. Dopo la laurea, Dean si trasferì a Birmingham, la città dell’amico, e un conoscente comune li mise in contatto perché condividessero casa. La loro amicizia divenne molto stretta, fino alla morte di Rob, avvenuta alla fine del 2025, quando aveva quasi 30 anni.

Per Dean fu difficile comprendere come una persona sempre pronta ad aiutare gli altri potesse arrivare a non sentirsi in grado di confidarsi con chi gli stava vicino. Il pub che frequentavano insieme gli sembrò il luogo più naturale da cui partire: per tre sere consecutive si sedette da solo, lasciando libera la sedia accanto a sé.


La prima conversazione cambiò tutto

All’inizio nessuno si fece avanti. Dean chiese allora all’agenzia di giochi ed eventi per cui lavora di pubblicare sui social un messaggio rivolto a chi avesse bisogno di parlare: lo avrebbe trovato lì, al pub. La quarta sera arrivò Danielle, una giovane donna che accettò di accomodarsi al suo tavolo.

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I due parlarono delle proprie origini e del lutto, con una disponibilità che sorprese Dean. «Mi ha colpito il coraggio di una ragazza giovane che si siede accanto a un uomo solo. È stato un incontro molto bello», ha raccontato durante una videochiamata.


Oltre la tristezza, anche risate

Con il tempo, quelle serate hanno dimostrato di non essere soltanto occasioni per affrontare il dolore. I partecipanti spesso arrivano senza conoscere nessuno, ma proprio questa condizione li rende più liberi di mostrarsi per come sono. In una delle ultime iniziative, alcuni si sono uniti a una gara a quiz del locale e hanno persino vinto.

La gentilezza è diventata il filo conduttore degli incontri. Dean racconta di non aver mai avuto una conversazione spiacevole durante le centinaia di appuntamenti organizzati: chi indossa un capo o un accessorio arancione sa già di trovarsi in uno spazio pensato per favorire un contatto sincero.


La solitudine non ha un solo volto

Secondo Dean, l’isolamento non riguarda soltanto chi appare abbattuto o privo di relazioni. «Credo che il nostro errore più grande sia immaginare che si sentano sole soltanto le persone tristi», ha spiegato. Anche chi ha amici, un lavoro e una vita apparentemente piena può provare disagio senza riuscire a dirlo.

Le grandi città, osserva, riuniscono continuamente le persone ma non garantiscono automaticamente vicinanza. I messaggi e i contenuti condivisi sui social possono dare l’impressione di essere in contatto, pur lasciando relazioni superficiali e rendendo più difficile riconoscere il problema prima che peggiori.


Dalla sedia vuota alla rete globale

Il giorno in cui Rob avrebbe compiuto 30 anni, Dean pubblicò un nuovo appello chiedendo chi fosse disposto a indossare qualcosa di arancione, sedersi in un pub e accogliere altri partecipanti. Risposero in 13. Da quel piccolo gruppo è nata una squadra di volontari che oggi aiuta a organizzare gli incontri e a individuare i locali disponibili.

Nella settimana descritta da Dean, il calendario contava più di 100 appuntamenti, distribuiti soprattutto in Inghilterra ma anche nei Paesi Bassi, negli Stati Uniti e a Dubai. Chi desidera avviare una serata può compilare un modulo: il gruppo fornisce assistenza per trovare il luogo adatto e far conoscere l’iniziativa.

Dean spera che Empty Chairs possa arrivare anche in Italia, dove Rob aveva origini familiari. «Per i suoi parenti avrebbe un valore enorme», ha detto.

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