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Lifestyle 2 min di lettura1 ora fa

Tumore dell’endometrio, immunoterapia senza chemio per alcune pazienti

Lo studio KEYNOTE-C93 segnala un controllo più duraturo della malattia, ma il confronto non riguarda la terapia combinata

L’immunoterapia da sola ha mantenuto sotto controllo più a lungo il tumore dell’endometrio avanzato o ricomparso in alcune pazienti.

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Le domande da rivolgere all’oncologo

«Questi risultati riguardano anche il mio caso?» è il primo quesito da porre allo specialista. Possono seguire domande sulla presenza della caratteristica dMMR, sulle ragioni della terapia proposta e sul rapporto tra benefici, rischi e alternative disponibili.

La ricerca non rende automaticamente questo trattamento autorizzato o rimborsato in Italia per ogni situazione. L’oncologo dovrà quindi chiarire se l’immunoterapia singola sia valutabile nel caso specifico oppure se restino preferibili altre cure, considerando la storia clinica della paziente.


Meno tossicità, ma rischi presenti

Gli effetti indesiderati gravi legati al trattamento sono comparsi nel 18% delle donne che hanno ricevuto pembrolizumab, contro il 51% di quelle sottoposte a carboplatino e paclitaxel. Il vantaggio sul piano della tollerabilità non elimina però la possibilità di complicazioni importanti.

Durante lo studio sono stati registrati due decessi attribuiti al pembrolizumab e uno alla chemioterapia. La scelta terapeutica deve perciò tenere insieme il controllo della malattia, la sicurezza e l’impatto sulla qualità della vita.


Che cosa ha misurato lo studio

KEYNOTE-C93 ha seguito 299 donne con una forma avanzata di tumore dell’endometrio oppure con una ricomparsa dopo le cure. Le partecipanti presentavano tutte il difetto dMMR, cioè un’alterazione del sistema cellulare che corregge gli errori del DNA.

Le pazienti con questa caratteristica possono rispondere in modo particolare ai farmaci che aiutano il sistema immunitario a individuare le cellule tumorali. Il risultato, quindi, non è estendibile automaticamente alle forme iniziali né ai trattamenti successivi a un intervento chirurgico.

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Il confronto con la chemioterapia

Un gruppo ha ricevuto pembrolizumab, mentre l’altro è stato trattato con carboplatino e paclitaxel. Il tempo mediano prima della progressione della malattia o del decesso è risultato di 38,2 mesi con l’immunoterapia e di 8,4 mesi con la chemioterapia.

Secondo i dati comunicati da MSD/Merck, il trattamento immunoterapico ha ridotto del 43% il rischio relativo di peggioramento o morte. La mediana descrive l’andamento del gruppo nel suo complesso e non consente di prevedere il decorso della singola paziente.


Il limite del confronto

Il dato sulla sopravvivenza libera da progressione non equivale alla dimostrazione di una vita più lunga. Al momento dell’analisi, infatti, non era emersa una prova statistica sufficientemente solida di un vantaggio dell’immunoterapia sulla sopravvivenza complessiva.

Inoltre, lo studio non ha messo a confronto pembrolizumab da solo con l’associazione tra immunoterapia e chemioterapia, oggi impiegata in questo contesto. Per questo non stabilisce se la monoterapia sia equivalente o superiore alla combinazione.

I risultati sono stati presentati a Madrid durante il congresso ESMO 2026 e pubblicati il 26 ottobre su The Lancet. La ricerca indica dunque una possibile alternativa per un gruppo selezionato di pazienti, ma non autorizza ancora a escludere la chemioterapia dalle cure standard.

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