Stefania Andreoli racconta il punk, il lutto e i figli
La psicoterapeuta ripercorre l’adolescenza ribelle, la perdita di un fidanzato e le idee su figli, fragilità e realtà.
Stefania Andreoli ha raccontato la propria adolescenza punk, il dolore per la morte di un fidanzato e il rapporto con la genitorialità. A 47 anni, la psicoterapeuta dice di vivere una fase serena e di sentirsi finalmente completa.
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L’adolescenza fuori dagli schemi
Cresciuta a Busto Arsizio, Andreoli da ragazza aveva i capelli rasati, catene, lucchetti e spille da balia. Trascorreva il tempo in centro, arrivando anche a chiedere l’elemosina per interpretare fino in fondo il proprio stile. «I miei si vergognavano tanto di me», ha raccontato in un’intervista a Sky TG24.
La sensazione di essere diversa, ha spiegato, risaliva già all’infanzia. Si descrive come una bambina portata a formulare pensieri insoliti e consapevole di apparire spesso altezzosa. Con il tempo ha trasformato quel tratto del carattere in qualcosa che sente più suo.
Anche lo studio ha assunto un significato diverso durante il liceo, grazie al professor Dario Panzeri. Fino ai 13 anni studiava senza una motivazione precisa; poi quell’incontro le ha permesso di scoprire il piacere della conoscenza e la percezione di essere intelligente. Da qui nasce la sua idea che agli studenti si debba trasmettere anche il desiderio, quasi fisico, di imparare.
Il ricordo della perdita
Tra gli episodi più leggeri della sua adolescenza c’è l’innamoramento per un ragazzo che le ricordava MacGyver. La relazione durò poco: lei era molto pudica, non voleva baciarlo e lui decise di lasciarla.
Molto più doloroso è il ricordo del fidanzato morto quando Andreoli aveva 21 anni. Quella perdita continua a riemergere quando ascolta storie simili. «Ogni volta che incontro storie nelle quali muore l’amore, io mi sento dilaniata», ha detto, chiarendo che si riferisce alla scomparsa della persona amata e non alla fine di un sentimento.
Oggi, però, descrive la propria vita come fortunata, felice e caratterizzata da una ritrovata solidità interiore. Dice di aver chiuso diversi capitoli del passato e di sentire una compattezza che, negli anni precedenti, non avrebbe potuto avere.
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Genitori e rapporto con la realtà
Secondo Andreoli, molti adulti fanno fatica ad ammettere le proprie debolezze e finiscono per proteggere i figli anche dalle difficoltà inevitabili. «Noi genitori siamo fragili e in questo non c’è niente di male», ha affermato, sostenendo che il problema nasce quando quella fragilità viene negata.
La psicoterapeuta ritiene che ai bambini si debba offrire un rapporto sincero con ciò che accade, anche attraverso il racconto delle notizie più dure. Nascondere i problemi, a suo avviso, rischia di lasciare i più giovani meno preparati ad affrontare il mondo. Alle sue figlie vorrebbe trasmettere soprattutto l’idea di averci provato.
Teatro e nuovi progetti
Accanto al lavoro da psicoterapeuta, Andreoli coltiva da tempo la passione per la recitazione, studiata all’Accademia d’arte di Milano. In questo periodo è in tournée con La mente in scena, spettacolo nel quale interpreta se stessa insieme a un’attrice. Il testo, scritto 25 anni fa da Luca Stano, è ispirato a una paziente realmente esistita e per lungo tempo era rimasto inutilizzato.
La sua personalità, racconta, suscita reazioni diverse. Chi la frequenta tende ad attribuirle qualità che lei stessa non riconosce pienamente, mentre chi non la conosce può giudicarla frivola, superficiale, troppo sicura o sopravvalutata.
Tra i progetti più recenti c’è anche Come le cipolle, il nuovo video podcast Sky Original. Il titolo richiama la metafora di Lacan sugli strati che compongono ogni persona e un riferimento a Shrek. L’obiettivo, ha spiegato, è osservare l’umanità con cura, benevolenza e amore, nonostante le sue difficoltà.
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