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Stallone prima del mito: risse, miseria e un matrimonio da film

Nel memoir The Steps l’attore ricostruisce gli anni più duri, tra lavori improbabili, tensioni sul set, ristrettezze economiche e una famiglia lontana dalla normalità

La fama conquistata con Rocky arrivò dopo anni in cui Sylvester Stallone faticava persino a pagare l’affitto. Quando il film approdò agli Oscar del 1977, con dieci candidature e la vittoria come miglior film, la sua famiglia riuscì comunque a trasformare la celebrazione in un altro episodio surreale: la madre rifiutò l’invito perché preferiva assistere alla cerimonia in televisione.

Nel memoir The Steps, l’attore torna proprio su quel percorso accidentato. Prima di interpretare Rocky Balboa dovette accettare impieghi lontani dal cinema, affrontare privazioni, vivere rapporti familiari complessi e sfiorare una rissa con Richard Gere.


La fama arrivò dopo la fame

Nel 1969 Stallone rientrò a New York dopo un periodo in Europa con un obiettivo preciso: lavorare come attore e autore. La necessità di procurarsi denaro, però, lo spinse verso un impiego allo zoo di Central Park, dove per circa tre settimane e mezzo iniziava il turno alle 5.30 e lo terminava alle 15.30.

Il suo incarico consisteva nel lavare le gabbie dei leoni. L’odore dell’urina era così intenso da provocargli lacrimazione e, soprattutto, da rendere complicato presentarsi alle agenzie cinematografiche. Nel libro ricorda: «Mi piacevano gli animali, ma non mi piaceva puzzare come se avessi il più grande problema del mondo alla vescica». Alla fine preferì rinunciare a quel lavoro, anche se aveva ancora bisogno di quei soldi.

La precarietà segnò anche il matrimonio con Sasha Czack, celebrato nel 1974. I due non potevano permettersi una cerimonia tradizionale: lei cucì l’abito utilizzando una vecchia tenda di lino della casa in affitto, mentre Stallone indossò un completo da gangster degli anni Venti preso dalla sartoria di Quella sporca ultima notte, completo di ghette e scarpe. Per descrivere quel periodo, l’attore racconta di essere arrivato a nutrirsi quasi soltanto di uova crude e ricotta.


Richard Gere e la tensione sul set

Nel 1974 Stallone ottenne una parte importante in Happy Days - La banda dei fiori di pesco, ambientato nella New York degli anni Cinquanta. Tra gli interpreti figuravano anche Richard Gere e Robert De Niro, ma il rapporto con Gere si deteriorò rapidamente durante le riprese.

In una scena improvvisata, Gere gli afferrò la maglietta, arrivando a graffiargli la pelle con le unghie. Stallone gli chiese di fermarsi, ma il gesto si ripeté al ciak successivo. A quel punto domandò al regista Stephen Verona se potesse reagire come avrebbe fatto nella vita reale. Alla domanda su quale sarebbe stata la sua risposta, replicò: «Gli spaccherei i denti». Verona lo invitò a non farlo.

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La tensione non si fermò a quell’episodio. In un’altra occasione Gere rovesciò per errore del grasso di pollo sulla gamba del collega e tra i due nacque una nuova discussione. Gere venne poi allontanato dalla produzione; anche De Niro lasciò il film per dedicarsi a un altro progetto. I loro ruoli passarono rispettivamente a Perry King e Henry Winkler, che sarebbe diventato il volto di Happy Days.


Rocky, il padre e il campanello muto

Anche la lavorazione di Rocky fu attraversata da momenti complicati. Stallone aveva coinvolto il padre Frank nel film, affidandogli il compito di cronometrista a bordo ring durante lo scontro decisivo tra Rocky e Apollo Creed. Tra le sue responsabilità c’era anche azionare il campanello nel momento stabilito.

L’attore sostiene di avergli spiegato più volte quando intervenire, ma durante l’ultima ripresa il suono non arrivò. Stallone continuò a tirare colpi poco convinti, poi si voltò verso il padre e gli gridò: «Suona quella maledetta campana. Suonala!». Frank reagì battendo il martello e alzandosi in piedi: «Non urlare così con me!». I due si trovarono faccia a faccia, con i pugni serrati, prima che Sylvester decidesse di scusarsi e interrompere lo scontro. Poco dopo, il padre lasciò il set.


Agli Oscar mancava la madre

Il passaggio dalla povertà al successo fu rapidissimo, ma non eliminò le complicazioni familiari. Rocky, scritto da Stallone e difeso dall’attore anche quando avrebbe potuto accettare offerte economiche più alte, divenne un caso cinematografico e ottenne dieci candidature agli Oscar.

Alla vigilia della cerimonia, però, Stallone scoprì che il padre aveva mandato in segreto ai produttori una sceneggiatura intitolata Rocky II. La sorpresa più amara arrivò dalla madre Jackie. Invitata dal figlio alla serata, chiese se potesse portare con sé la parrucchiera Vivian. Quando Stallone le spiegò che era disponibile un solo posto, lei preferì rinunciare: «Lo guarderò in televisione».

Così, nella notte in cui Rocky vinse il premio per il miglior film, il protagonista visse la consacrazione senza la madre al suo fianco. Il memoir racconta quindi non soltanto l’ascesa di una star, ma anche il prezzo personale degli anni trascorsi a inseguire un traguardo che sembrava quasi irraggiungibile.

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